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L’It pop spiegato: La musica non c’è di Coez

di Federico Pucci

Terzo episodio e terzo cantautore maschio cresciuto a Roma: questo it-pop comincia a mostrare trend importanti. La storia di Coez e del suo successo dello scorso settembre, La musica non c’è, aggiungono però un tassello, qualcosa di solo accennato finora: il legame di questa nuova ondata con l’hip-hop.

Che le stelle del mainstream italiano, quelle dei talent, siano cresciute ascoltando Battisti, Dalla, ma pure Venditti, Carboni e Baglioni, per non parlare del rock anglosassone, non sorprenderebbe: è l’aristocrazia del pop, una scuola dell’obbligo. Sull’influenza diretta afroamericana la questione è meno chiara: qualche fenomeno degli acuti avrà coltivato il suo talento imitando Whitney Houston, ma le tracce del rap sono più nebulose, se si escludono forse Ferro, Pezzali, Mengoni e pochi altri.

Rintracciare le intersezioni tra indie e rap sembrerebbe più semplice: in fondo, i rapper italiani della prima scuola erano indipendenti, sorgevano da realtà come punk, hardcore, centri sociali nei quali tanto indie italiano si è fatto le ossa. Dietro questo discorso ci sono anche i gusti allargati, l’amore per le rarità, una coscienza da ascoltatori e collezionisti oltre che compositori, e soprattutto una dieta mediatica Così l’hip-hop, cultura egemone dell’ultimo ventennio, ha portato i suoi eroi anche nel nostro Pantheon: “Notorious B.I.G., Pasolini e Jay-Z”, insomma.

Citare I Cani, cioè Niccolò Contessa, sembra appropriato, dal momento che è stato lui a produrre e comporre le musiche di buona parte dell’album Faccio un casino, compresa la canzone di oggi. E d’altra parte Coez ha alle spalle 15 anni di militanza nell’hip-hop romano. Da solista, ha sempre coltivato un flow melodico e strascinato: molto romano, si direbbe pensando a due personaggi che per tanti versi, piaccia o meno, anticiparono l’it-pop prima che fosse cool, gli Zero Assoluto. In Faccio un casino Coez si barcamena tra i linguaggi con grande confidenza, uno degli esempi più chiari di it-pop rappato fino agli exploit dei concittadini Carl Brave e Franco126, con i quali non a caso Coez ha collaborato in Barceloneta.

Su La musica non c’è le parole scivolano con il fare cadenzato del rap, ma a differenza del magico duo la melodia non è nascosta dietro un borbottio, magari ottenuto via autotune. Anzi: qui, le note cantate da Coez precipitano con chiarezza lungo la scala di Do maggiore, quella che chiunque abbia mai visto un pianoforte conoscerà (sta tutta sui tasti bianchi). Rappare cantando non è una novità, si possono rintracciare radici, usi e stili, dagli influssi R&B mid-90s alle innovazioni di André 3000 degli OutKast, scendendo fino a Kanye e Drake. Non dimentichiamo la trap, che qui da noi si sta dividendo con l’it-pop le spoglie del vecchio mondo.

Nel nostro caso la curva disegnata dal canto è netta, una scalinata dai gradini brevi e lunghi (ta-tà ta-tà ta-tà) dove si saltella mentre il pianoforte, sotto, fa il suo lavoro. Nello specifico, suonare gli stessi identici quattro accordi (e mezzo) per tutti i 3 minuti e 42 di canzone: implacabili, inevitabili, smossi solo da un synth danzereccio molto quadrato (nel senso di onde quadre) che gioca sulla tonalità base e una linea di basso molto pop. Non serve molto altro, di fatto, quando incastri un giro che ricorda nientemeno che Let It Be dei Beatles. Ma qui non vogliamo concentrarci sul concetto – molto hip-hop! – di sampling. Semmai, Contessa e Albanese fanno un buon lavoro per rendere questi pochi accordi sufficientemente interessanti e nascondere la ripetitività: il primo è distribuendoli su un ritmo sincopato (bum chà bum-chà) che spezza la monotonia; il secondo è con le dinamiche, cioè facendo alzare e abbassare il volume e l’intensità del canto e degli strumenti, alla bisogna.

La ripetitività melodica e armonica si riflette nei versi, che girano intorno al più pop dei concetti: “Sei bella”, anzi “sei bella che” alla maniera di Luciano Ligabue. L’amore che descrive Coez è voglia di proteggere (dalle “cento lame”, molto rap) e di perdersi (“un tuffo immenso”, molto Mogol) e di andare oltre i limiti (“[vorrei] portarti il mare”, molto Baglioni). Non è appagamento totale, anzi, e il bridge ci rivela che la relazione è un ricordo andato. Ma questo non sgonfia, anzi accentua il sentimentalismo: come dicevamo per Calcutta, l’it-pop non ha paura di esprimere l’emozione con il massimo di genuinità, al limite dello stucchevole. Qui, in un momento che più new sincerity non si può, Coez confessa di avere “una scuola di danza nello stomaco”, modo originale per esprimere un concetto antico quanto la poesia di Saffo.

Il turbamento dell’interprete non sta solo nelle parole: Contessa lo nasconde nell’ultimo accordo del giro, quello dove ogni frase e ogni considerazione va a riposarsi. Non è un accordo qualunque: quelle quattro note incorporano la tonalità base, pacata e risoluta, ma anche un elemento di sconcerto e squilibrio. Come se contenesse (perché di fatto contiene) un accordo maggiore e un accordo minore, sovrapposti come una memoria d’amore che segnala anche una mancanza. In questo modo quell’ultimo passaggio ci ispira malinconia, mancanza di risoluzione: siamo arrivati a casa, il Do maggiore, l’amore, ma poi ci mettiamo un’altra nota (un Si) che scompiglia tutto, fa un casino. Contessa lo aveva già usato in uno dei suoi capolavori, Il posto più freddo del 2015, quando sul finale canta “Ti prego”, ma una delle ricorrenze più celebri è ancora beatlesiana, in Something, quando George Harrison ci lascia assaporare il gusto agrodolce del primo verso. L’ennesimo esempio di come l’it-pop usi le migliori armi del passato per cantare il presente.