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L’It pop spiegato: Felicità puttana dei Thegiornalisti

di Federico Pucci

L’ultima volta che si è parlato di it-pop, due concetti ricorrevano: le liriche cercano a ogni costo di apparire spontanee, immediate, prive delle coltri auliche di certo mainstream; la musica cerca il suono e l’andatura del classico, prendendo a piene mani da epoche percepite come gloriose per la canzone.

Sono coordinate utili per interpretare una delle hit di questa stagione, Felicità puttana dei TheGiornalisti, che ha fatto faville in radio così come in streaming, riunendo insomma le generazioni. A firmarla è l’autore di alcuni dei singoli di maggior successo dell’ultima estate, Tommaso Paradiso, un personaggio nel quale molti identificano questa nuova ondata, per la penna acuta così come per il carattere quasi caricaturale (imperdibile la pagina FB “Tommaso Paradigma”). Quando due anni fa la band romana pubblicò il singolo Completamente, la mia reazione fu “Antonello Venditti incontra i Future Islands”: ma anche in un’equazione buttata lì per ridere trovo il senso di una band e una corrente che fa la spola tra rock alternativo e canzone nazionalpopolare. Ma cosa c’è di questo dentro Felicità puttana, con Riccione forse uno dei brani più apertamente pop dei TheGiornalisti?

Il pezzo parte con un motivo calante di ottoni sintetici, trionfale ma giocoso, dall’attacco deciso e dal timbro che sa di analogico e digitale: prima ancora di guardare il video citazionista con Matilda De Angelis, siamo calati appieno negli anni ‘80. Non è la prima volta che Paradiso e i suoi ci proiettano in quel decennio. Qui lo si fa da subito con un refrain strumentale dai suoni italo disco, il primo indizio di un’inesorabile nostalgia.

Quando attaccano il beat e le altre tastiere, più glaciali, le cose si fanno più chiare. Quel motivetto di ottoni si muove in modo semplice ma ingegnoso sopra un giro di accordi non tra i più abusati, ma parecchio sentito. L’australiana Sia usò una progressione simile, se non identica, nelle sue hit Titanium di David Guetta e Chandelier. Anche in Rolling In The Deep di Adele, appena prima del ritornello, si avverte quella sequenza. O ancora un capolavoro del decennio rievocato, Time After Time di Cindy Lauper, che ricorre ad accordi quasi identici dal tocco altrettanto atmosferico e gelido. E se si parla di feeling è impossibile non citare J-Boy dei francesi Phoenix, un gran pezzo dal disco Ti Amo, tutto dedicato a quel pop italico che qui si vorrebbe resuscitare. Oltre il puro fatto sonoro, quella serie di accordi ha il pregio dell’ambiguità: non offre mai un punto di arrivo certo, dondola tra ottimismo e malinconia. Siamo felici oppure no?

La strofa non risolve il dilemma, anzi: le tastiere quasi tacciono mentre sopra una linea di basso scarna Paradiso espone i migliori cliché agostani, un gioco a riconoscersi che vuole suscitare il sorriso d’intesa e la lacrimuccia di rimpianto (“Il traffico delle vacanze”). A chiarire le cose arriva il pre-chorus, dove torna il giro iniziale ma con un’importante novità: si tratta di quell’accordo maggiore che ci prende per mano, ci solleva e, citando letteralmente, “non ci fa pensare”. Anche Adele in Rolling In The Deep usava questo artificio: accostando in maniera “irregolare” e in successione un accordo minore e il corrispettivo accordo maggiore la sensazione è di un calore che disorienta, una tensione propulsiva che ci spedisce dritti al ritornello. In questo caso, tornano la frase di ottoni e il giro dell’intro, ma il contesto è cambiato: dopo averne definito i contorni, Paradiso abbraccia la nostalgia di tempi considerati più semplici e genuini, e con essa l’ambiguità dell’estate e della nostalgia che essa rappresenta. Una stagione felice ma anche fugace e ingannatrice, come mille cantanti ci hanno detto, da Bruno Martino ai Righeira.

Qui arriva a gamba tesa il testo: più ancora del luogo comune della prostituzione, che la tradizione perlopiù maschile del cantautorato si tramanda da De André fino a Vasco Rossi (un eroe di Paradiso), mi interessa un’altra espressione. “Che botta” è un’esclamazione talmente comune nell’hip-hop italiano, specie d’antan, che il collegamento è inevitabile. E il rap è una delle tante influenze neanche troppo sotterranee dell’it-pop, il cui pubblico non a caso non disdegna la trap. Ma prima di Otierre e Cor Veleno, l’espressione si era fatta largo tra le strisce di coca degli anni ‘80 ed era finita – non necessariamente con sottintesi narcotici – in quel canzoniere italo disco di cui sopra. Un esempio? La battaglia del sesso (Batracomiomachia) dal disco Cosa resterà… di Raf del 1989. E sembra davvero di risentire il Raf che rappa a modo suo nel bridge di Felicità puttana, quel breve intermezzo (“Destro, sinistro, ritmo ritmo”) dove il significato si fa criptico. Ma, di nuovo, la vertigine è solo un istante: il ritornello ci porta a casa, rassicurante come quei suoni familiari di sintetizzatore, che ormai sembrano lo sfogo disperato di una generazione tanto disorientata da arrivare a rimpiangere gli anni delle spalline.