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L’interprete perfetto di questo tempo

di Federico Pucci

Agrodolce e chiara è la notte, e senza vento. Parafrasando Giacomo Leopardi, così sembra in questo momento il nuovo pop italiano, visto da un punto di osservazione alto come una posizione nella chart di Spotify: carico di promesse per il mattino e ciononostante all’apparenza imperturbabile. Coez torna con un album, un anno e mezzo dopo Faccio un casino che finalmente lo ha messo sulla mappa della musica importante, e fa le scelte più intelligenti. Mettere da parte le radici rap e abbracciare il lato più pop del suo crossover, condendolo appena di qualche elemento rock. Tenere lo stretto indispensabile: fuori i featuring, spazio solo alla simbiosi creativa con Niccolò Contessa, che con I Cani otto anni fa aveva dato il via a tutto questo fermento. Puntare su un’estetica e una poetica che – prima che venissero scopiazzate da mezza Italia – quasi nessuno voleva adottare. A parte Coez.

Qualcosa non va, nei nostri tempi: non c’è bisogno di un disco di denuncia per dichiararlo apertamente, non c’è bisogno di una musica apertamente politica per farcelo intuire. Basta guardarsi e ascoltare intorno. Ma d’altronde, se qualcosa non va, non è certo per colpa della musica, perché troppo poco impegnata, ad esempio: mai confondere le cause con i sintomi. In questo, Coez è l’interprete perfetto di un tempo che ha paura di sé stesso, che ha bisogno di difendersi, di cercare conforto. Ad esempio, in un altro tempo: negli anni ‘80 del Vasco Rossi più melodico e poetico, una presenza citata, allusa, pensata in tantissimi angoli di questo disco, dall’ipotesi di una Domenica eterna che non esiste più (vedi, T’immagini di Vasco) all’uso del rock per giocare con le parole di una Ninna nanna. Anni ‘80 peraltro vissuti solo di striscio da Coez (classe ‘83) così come dal suo pubblico, ma questo poco importa: stiamo parlando di una terra di fantasia, nella quale si entra con le canzoni e i suoni, come quella chitarra grassa che arpeggia lungo tutto Fuori di me, come gli accordi di maggiore settima che anche fuor di tecnicismo sono diventati sinonimo di it-pop (e d’altronde il disco si apre proprio con quella combinazione di note, in Mal di gola).

Il connubio con Contessa è più forte che mai. Non si tratta solo dei suoni, ma anche di alcuni spunti e frasi che si sarebbero sentiti a proprio agio in un disco dei Cani. L’esempio “Amare te è facile come odiare la polizia” da La tua canzone diventa ancora più chiaro se si considera che tutto il brano, tra i controcanti del ritornello, l’autodeprecazione, il riff di chitarra malinconico e la tastiera staccata, potrebbe essere preso come summa dell’it-pop, specie quello romanocentrico. La musica di questo disco, insomma, ha le spalle larghe: un po’ per nuovi influssi che vi sono entrati, specie a livello chitarristico (King Krule su tutti: dove all’accento londinese si sostituisce quello laziale); un po’ per i talenti coinvolti che queste ispirazioni hanno legato bene alla loro personalità; un po’ perché questi talenti hanno creato una loro tradizione, ormai affermata. Così capita che in un indiscusso successo come il singolo È sempre bello ad alcune lacune testuali sopperisca un giro di accordi assolutamente contagioso: una progressione identica – sembrerà assurdo! – a quella di L’amour toujours di Gigi D’Agostino, ma che ricorda anche tanti passaggi da minore a maggiore dei Cani, come Corso Trieste con i Gazebo Penguins.

Parlare di accordi, qui, non è solo un approfondimento armonico superfluo: l’elastico, per citare Catene, tra pace e tensione, tra sereno e irrisolto, viene tirato e rilasciato per l’intero disco. Anzi, è proprio questo il tema delle dieci tracce. O forse, più che un tema è una domanda: che si fa, quando si presuppone di avere tutto, ma sembra di essere rimasti con in mano niente? Si può giocare con le insicurezze, come sembra suggerire il meta-messaggio della copertina “Coez è sempre bello”. Si può giocare con le parole, ben consapevoli che il pubblico di Instagram (mai citato, grande segno di intelligenza) ha sete, anzi, arsura di messaggi a effetto, di slogan come “Le stelle sono soli, sì, ma mica siamo soli noi”. Allora, quelle frasi che la campagna di guerrilla marketing del disco ha appiccicato sotto forma di affissioni a Roma e Milano, sono senz’altro abili mosse commerciali, ma anche le vie di fuga da quel tempo che, dicevamo, ha paura di sé stesso.

La nevrosi, l’inadeguatezza, gli atteggiamenti compulsivi: Coez cerca, a suo modo, di rassicurarci dicendo che ciascuno di noi, anche solo per i pochi minuti di una canzone, vivrà il proprio momento di riscatto da tutto questo, prendendo atto di ciò che non va, ma anche abbracciandolo fino in fondo senza imbarazzo, come quando si mangia un gigantesco e insalubre hamburger. Nulla dice tardi anni Dieci quanto la sensazione diffusa, e talvolta ingiustificata, di essere dalla parte sbagliata della porta, e non nella stanza dove le cose accadono. Una volta, raccontare dei reietti significava pescare storie dai bassifondi; oggi, è dare un qualche tipo di soluzione alle frustrazioni, sentimentali o artistiche che siano. Coez, che ha passato tanti anni dall’altra parte, ci sta dicendo anche di là c’è una gran festa: e, al momento, una buona parte degli ascoltatori italiani è d’accordo con lui.

(Foto di Tommaso Biagetti)