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L’eterno ritorno della gioventù bruciata

di Federico Pucci

Esiste una regola non scritta, che vale da 60 anni: il rock’n’roll non si batte. L’energia che trasmette quel tipo di musica è una sensazione viscerale che non conosce stagione: si viene agguantati e scossi finché non si può fare a meno che battere il piede, buttarsi per terra, ruotare la testa. Danzare, in una parola, perché quello che facevano Chuck Berry, Little Richard ed Elvis Presley era creare musica per le ballroom, o meglio ancora per i blues joint, localini sparsi tra il Delta del Mississippi e le campagne di Tennessee e Alabama dove bianchi e neri, a volte insieme, andavano a ballare.

La forza primordiale di un certo tipo di combinazioni sonore funziona sempre, a prescindere che in campo entrino altre variabili: Bill Haley è rock’n’roll, ma anche Buddy Holly e poi i Beatles, e ancora i Led Zeppelin, Ziggy Stardust, Bruce Springsteen, Vasco Rossi, i Sex Pistols, i Nirvana e perfino gli Shellac di Steve Albini. Non è questione di genealogia, ma nemmeno di adesione a un’estetica, non almeno per quello che intendiamo: non si tratta, insomma, di come ti vesti, si tratta di cosa restituisci con quello che suoni e con quello che dici. Achille Lauro, con il suo nuovo album 1969, è semplicemente rock’n’roll.

Sarebbe facile, dopo la sua incursione a Sanremo, limitarci a contare il numero di allusioni al rock e agli anni Sessanta dei suoi testi. L’immaginario è tanto forte quanto pericoloso: Sfera Ebbasta, un altro artista venuto fuori dall’infornata rap italiana degli ultimi anni, aveva già detto di essere una rockstar; come del resto molti altri colleghi, dentro e fuori i confini, non ultimo Post Malone. Ma un conto è reclamare per sé un’etichetta rimasta impolverata in soffitta, un conto è farsene carico. Gli artisti americani della scena emo-rap ci avevano provato: le canzoni del compianto Lil Peep in America, o di Ketama126 qui da noi sono alcuni esempi di un comune sentire.

Cosa racconta il rock’n’roll? Di una giovinezza eterna, una giovinezza che deve bruciare piuttosto che appassire: “I hope I die before I get old”, dicevano gli Who. Si tratta del vecchio adagio “vivi veloce, muori giovane”, una dichiarazione di rifiuto dell’establishment nata addirittura prima del rock. Ci deve davvero stupire che faccia presa su di noi (ragazzi e adulti) un racconto della fine di tutto? Della gioventù bruciata? Dell’abisso di un nulla per salvarsi dal quale non si può che chiedere a un’entità metafisica di “segnarsi ‘sti nomi”? Certo che no, tutti abbiamo occhi per vedere cosa ci circonda. Ma questa storia non finisce con una considerazione sullo spirito del tempo.

In questo momento, la canzone numero 1 in America è Old Town Road di Lil Nas X, un brano country da capo a coda creato da un rapper, che lo canta in autotune: la stessa comunità del più tradizionalista dei generi musicali americani ha abbracciato la canzone, come sta a dimostrare il featuring di Billy Ray Cyrus. Si è parlato tanto, negli ultimi anni, di fusione dei generi, di abolizione delle vecchie barriere tra gli stili: può sembrare un vezzo da critici, in realtà parliamo di un’effettiva ridefinizione di canoni e aspettative. Nel nostro piccolo, l’abbiamo visto con i rapper che hanno “cominciato a cantare”, da Neffa a Coez, da Nesli a Ghemon. Su scala globale, il fenomeno è ancora più vasto: sulle coordinate dei crossover si sono mossi artisti, dj, producer e band di ogni estrazione, non sempre con risultati buoni. Gli ultimi dei millennial e i gen-Z ormai ragionano già così, fuori dai generi, e fenomeni come Twenty One Pilots o Billie Eilish sono andati ben oltre le nostre categorizzazioni. In questo brave new world conta solo una cosa, la più democratica possibile: se i pezzi funzionano o no.

Se vogliamo prendere 1969 dal punto di vista tecnico e musicale, Achille Lauro (con la collaborazione in produzione di Boss Doms e Fabrizio Ferraguzzo) fa alcune precise scelte: meno autotune, ma non meno effetti sulla voce, che anzi viene stracciata, riverberata, sfilacciata, oppure lasciata cruda com’è quando serve; tante, tantissime chitarre, di estrazione garage, hard rock o derivati; fine. Questa è la semplice e immediata formula di Rolls Royce, che rimbomba ancora nelle orecchie mentre attacca il riff quasi heavy metal di Cadillac, traccia numero tre; e ancora nella title-track 1969 dove il riscatto economico che Lauro si porta dietro dall’hip-hop diventa altro, un sentimento di rivendicazione familiare, l’aspirazione ad andare veramente oltre la borgata; e infine nelle pennate ignoranti di Delinquente, che in quel “figlio di un dio, figlio di un bar” racchiude più immaginazione e più Vasco Rossi di tante rime sbrodolate.

Poi ci sono i “lenti rock”, che dopo l’exploit dei Måneskin con Torna a casa sembrano tornati nelle grazie dell’Italia del 2019. L’aria dolce e pesante di C’est la vie viene portata all’estremo in Zucchero: una ballata d’amore ed estasi decadente resa quasi psichedelica dalla ripetizione ossessiva di “zucchero” e da immagini assurde come “ti compro Castel Sant’Angelo”. Achille e i suoi fanno ancora qualche incursione elettronica nell’eterea e demoniaca Sexy ugly, ma soprattutto quando contaminano lento, rock e beat: è il caso di Je t’aime con Coez, in uno strano incrocio di due parlate laziali; o di Roma con Simon P, un piano sequenza che tiene insieme Trastevere e le giovinezze andate a male, una Dolce vita dove di dolce c’è poco e di vita non ne rimane molta.

Questo è veramente rock di Achille Lauro: non le immagini di James Dean e Hollywood depositate un tanto al chilo, ma il dramma glam e bohémien messo in scena e vissuto, a beneficio di un mondo che ha bisogno di sognare ancora.

Foto di Cosimo Buccolieri