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Le donne non sono solo voci per Mark Ronson

di Marco Rigamonti

Mark Ronson ha una certa familiarità con le voci femminili. Quando gli capita di ricevere il primo Grammy si tratta del doveroso riconoscimento come Produttore dell’anno nel 2008 per avere confezionato il secondo disco di Amy Winehouse, per averci fatto conoscere quel talento irripetibile nel modo che tutti conosciamo. Il canto senza tempo della compianta stella di Southgate non poteva contare su una figura più calzante: quella di un produttore capace di lucidare il passato e consegnarlo al presente in una veste fresca eppure sentita, mai di posa. Gli ultimi due Grammy sono datati 10 febbraio 2019, e questa volta li riceve per Shallow, interpretata da Lady Gaga e Bradley Cooper (che gli dà anche un Oscar) ed Electricity di Silk City & Dua Lipa. Sembra chiaro che in questa storia c’è un motivo ricorrente.

Mark non ha sempre lavorato dietro le quinte. Se qualcuno lo può riconoscere, cosa tutt’altro che comune per i produttori, è grazie al successo stratosferico di Uptown Funk, un classico istantaneo da 3 miliardi e mezzo di views su YouTube, realizzato a proprio nome con l’aiuto di Bruno Mars. Un pezzo che contiene tutta la filosofia da DJ dell’inglese: invece di rifugiarsi nella moda del momento, affidarsi al proprio gusto eclettico e puntare su ciò che funzionerebbe a prescindere, su ciò che è senza tempo. A qualche anno di distanza da quella hit, Ronson torna con un album che non abbandona questa etica compositiva, ma con una differenza fondamentale.

Nella copertina di Late Night Feelings campeggia una strobosfera a forma di cuore e spezzata in due. La motivazione è precisa, e Ronson non l’ha mai nascosta: il nuovo progetto nasce dopo la fine del suo matrimonio con Joséphine de La Baume. Ma chi si aspetta disperazione e autocommiserazione sarà sorpreso come chi si aspetta un altro album da danzare: il produttore non vuole mettersi al centro, semmai passare l’ispirazione, far provare loro quelle vibrazioni emotive che sembrano legate alle ore solitarie della notte. E basta ascoltare gli arrangiamenti di Love Is A Losing Game, per sapere che quando Ronson vuole toccare i tasti più struggenti, sa perfettamente dove trovarli. Ma rispetto alle sbornie funk di Uptown Special, ora Ronson non cerca di incastrare tutto in una singola hit: stavolta, insomma, non cerca la canzone perfetta, ma l’album perfetto per un mood.

Per questo, collaborare con artisti di puro talento era più importante che mai. Stiamo parlando dello stesso Ronson capace di scomodare per i progetti “solisti” Jack White, Stevie Wonder e Robbie Williams: nella sua rubrica, i numeri di telefono non mancano. Ma in questo caso, più che il calibro dei featuring, cercava una sintonia: come quella con Lady Gaga – lei sì una da seria A – accompagnata da Joanne fino a Shallow, una simbiosi che chiunque abbia visto il documentario Netflix Five Foot Two può notare. 

Ed ecco che l’elenco di “voci” di Late Night Feelings appare tutt’altro che una lista della spesa del pop. Si passa dai nomi di punta ma non di primissima fascia, come Miley Cyrus, Alicia Keys, Lykke Li e Camila Cabello, a figure molto meno in vista come Ilsey Juber che ha firmato otto brani, la cantante gospel Yebba che ne ha scritti tre, la bravissima cantautrice indie Angel Olsen, e ancora King Princess, o Diana Gordon, che appone due volte la sua firma, anche in tandem con la talentuosa Romy Croft dei The xx. Un roster esclusivamente femminile, insomma, dove i crediti da autrice contano più di quelli da interprete.

Se volessimo catalogare il disco, verrebbe in mente un termine desueto: musica leggera, un linguaggio comprensibile a tutti, potenzialmente in grado di interessare diverse fasce di età abbracciando stili e contaminazioni varie. Il rischio che le tredici tracce suonino come un’accozzaglia male assortita è scongiurato dalla visione centrata di Ronson, che sa esattamente cosa vuole: «Onestà, dolore, amore, desiderio, euforia: sono concetti che si ritrovano in molta della musica che amo, ma non li avevo mai sperimentati nei miei dischi», spiega. La soluzione, allora, era affidarsi alle visioni delle sue collaboratrici per ottenere qualcosa di (quasi) mai fatto da un hitmaker come lui: non nascondersi dietro la musica, ma anzi lasciarla parlare con la voce delle artiste.

Lo stesso titolo, che originariamente doveva essere Club Heartbreak, viene da un’ispirazione di Lykke Li, autrice del testo del brano eponimo: «I pensieri notturni possono essere qualsiasi cosa ti tenga sveglio: un dolore, un desiderio, anche la Brexit», spiega Ronson. Parlare in modo universale, però, non vuol dire ignorare il presente: Don’t Leave Me Lonely , vero cuore emotivo del disco, riecheggia certamente i ritmi afrolatini che hanno preso d’assalto la dance, ma viene talmente elevato dalla melodia di Yebba e dall’eleganza dei suoni da puntare altrove, verso i classici di Whitney Houston. E ancora, il basso di Pino Palladino e la batteria di Questlove dei Roots su When U Went Away sono memorabili, ma il sofisticato intrecciarsi di emozioni e redenzione è merito di Yebba.

Lo stesso si può dire per le altre tracce: ricche di riferimenti (presenti e passati), ma non per questo prive di un’urgenza sentimentale che parte dalla scrittura, principalmente femminile. Così, Find U Again scorre come un pezzo pop contemporaneo, ma viene impreziosita dall’arrangiamento raffinato di Ronson, dalla melodia ondeggiante di Kevin Parker dei Tame Impala e infine dalla prova strappalacrime di Camila Cabello, autrice delle liriche. Raffinati anche i riferimenti rétro, come la linea di basso nella seconda metà di Pieces Of Us con King Princess, vicinissima a quella di Dare Me delle Pointer Sisters, ma portata ben oltre dalla scrittura lunatica della giovane promessa alt-pop. Echi anni ’80 vengono anche da True Blue, confezionata con in mente gli ABBA e il produttore new wave Nick Lowe, ma che – sapete dove stiamo andando a parare – viene condotta per mano in un mondo ipnotico e indimenticabile da Angel Olsen.

Che Late Night Feelings avesse le carte in regola per essere un album ispirato si era capito dal primo singolo Nothing Breaks Like A Heart con Miley Cyus. Ma dato l’incedere del brano, non sapevamo che avremmo avuto a che fare con una collezione di pezzi toccanti, morbidi e raccolti: canzoni vere e proprie, più adatte a un salotto che a una discoteca, ma non per questo incapaci di farci sognareIn un’epoca in cui l’album ha perso valore, Mark tira fuori un disco impeccabile e privo di “riempitivi”, da godersi dall’inizio alla fine, e che cresce di ascolto in ascolto. Come ci riesce? Con tecniche non diverse da quelle usate dietro le quinte: dando ascolto all’artista che ha davanti, senza avere mai intenzione di sostituirsi a lui o lei. «Uptown Funk è stato al 75% merito di Bruno», ha confessato recentemente Ronson. Bene, simili proporzioni si possono applicare a Late Night Feelings: l’arrangiamento di gusto non sovrasta mai il songwriting, e se i pezzi restano appiccicati alla memoria è merito di qualcosa di profondo, non certo per via di una qualche scelta alla moda. 

Scrivere per sbancare le classifiche o comporre per intrattenere un discorso più lungo e intenso sono due atti differenti solo nelle intenzioni, ma non nei metodi. O almeno dovrebbe essere così. Ora la palla a specchi è in frantumi e riposa in una scatola. Verrà il momento di appenderla di nuovo al soffitto dei club. Nell’attesa, è bello lasciarsi cullare e poi scuotere dalle note di un album prezioso e senza tempo, che ci dà l’impressione di sentire – e non solo con le orecchie – le donne che lo hanno creato.

Foto di Gabriel Olsen