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Le canzoni dell’estate non sono tutte da buttare (parte 1)

di Federico Pucci

Sembra difficile ricordarlo, ma c’è stata vita prima del reggaeton. Nell’anno in cui siamo arrivati all’apice dell’ondata, cioè quando qualsiasi canzone pare provenire da Puerto Rico, anche se prodotta a Busto Arsizio o Los Angeles, sembra giusto ricordare che la nottata passerà. Non solo perché la bella stagione è quella in cui si può recuperare attraverso i tour il meglio della produzione autunnale, non solo perché comunque l’estate finirà. Ma anche perché, dati delle hit parade alla mano, non è vero che il caldo faccia sempre spegnere le orecchie e il buon senso (o il buon gusto).

Prendiamo, ad esempio, gli anni ’90: il decennio più mitizzato da chi vi ha vissuto il fiore della sua gioventù. Anche a quei tempi – se lo ricorderà bene chi c’era – un fantasma aleggiava sopra le teste di tutti, forse irragionevolmente: quella che potremmo definire dance; secondo molti buona solo per le giostre, opinione ingiusta, e motivata forse proprio dai tormentoni estivi. Ma la musica più popolare da giugno ad agosto non si è dovuta arrendere per forza alla cassa in quarti, l’equivalente nineties del pum-ta-pum reggaeton. Ecco i successi estivi che ci hanno fatto ben sperare, allora come oggi.

1990: Un’estate italiana

Prima di Torino 2006, Expo 2015 e Milano-Cortina 2026, un altro grande evento globale aveva fatto puntare le luci del mondo sull’Italia nell’estate 1990. Per i mondiali di calcio viene scomodato nientepopodimeno che Giorgio Moroder, uno degli hitmaker italiani più grandi di sempre, reduce da tre premi Oscar, dall’inno per le Olimpiadi del 1984 e da alcune hit – per l’appunto – mondiali. Questo curriculum viene messo a frutto unendo due celebrità del rock italiano nell’inno definitivo del nuovo decennio, o perlomeno del suo trionfale inizio: non Notti magiche, come molti credono, ma Un’estate italiana di Gianna Nannini ed Edoardo Bennato domina le classifiche quasi come la speranza nella nazionale di Azeglio Vicini. Ma a differenza di Schillaci e compagni, Nannini e Bennato superano anche l’ultimo ostacolo: no, non Diego Armando Maradona, ma Vogue di Madonna, altro singolo in gran voga, se perdonate il gioco di parole.

1991: Losing My Religion

Una delle canzoni più incomprese dei R.E.M., quella che pagherà per sempre la pensione a Michael Stipe e compagnia bella, riesce a scalfire in parte la concorrenza dei successoni estivi di quell’anno. Tra le hit locali a cui si dovette inchinare perfino il mandolino di Peter Buck, quello che fu il vero fenomeno: Rapput, di Claudio Bisio e Rocco Tanica, un pezzo sull’estate ma non come i soliti, che merita una menzione speciale.

1992: Mare mare

Prima che arrivasse Tommaso Paradiso, l’estate italiana veniva dipinta nelle sue speranze e disillusioni da Luca Carboni. Mare mare è un trionfo di understatement, dove la cosa più spaccona è aver comprato una moto nuova: sì, per poi ritrovarsi da soli con un cameriere e troppi caffè. Nuovamente, una canzone sull’estate (o comunque, sul luogo d’elezione delle vacanze) che trionfa sul serio, vincendo il Festivalbar 1992, ,ma soprattutto incidendosi per sempre nell’immaginario nazionalpopolare. Nonostante il suo broncio malinconico. O forse, proprio grazie alla malinconia. E pensare che se la batteva con Hanno ucciso l’Uomo RagnoRhythm Is A Dancer.

1993: Gli spari sopra

Forse la prima spaccatura nell’era post-ideologica del nostro Paese: da una parte, chi nell’estate 1993 non poteva farne a meno di farsi dire da Haddaway cosa fosse l’amore (What Is Love); dall’altra chi cercava indicazioni geografiche da Max Pezzali e da Mauro Repetto, ma soprattutto dal primo dei due (Nord Sud Ovest Est). In mezzo, c’è chi dice no e si vota completamente a un pezzo che non ha la cassa dritta, né una simpatica trombetta messicana. Piuttosto, ha una chitarra bella pesante e un dito ben puntato contro di “voi”. Chi siano questi “voi” non è ben chiaro: sicuramente, non siamo “noi”, che abbiamo continuato ad ascoltare un pezzo uscito in inverno anche sotto il solleone, contribuendo così a rendere un bestseller l’omonimo album Gli spari sopra.

1994: 7 Seconds

Si stenta a credere che, nelle ultime settimane estive del 1994, il più grande successo italiano e globale fosse la sofisticata ballad pop 7 Seconds, interessantissima fusione world music del canto senegalese mbalax con l’inglesissimo trip-hop. Ma quella era un’estate di sorprese: la gelida Streets Of Philadelphia che spopola nel mese di giugno, Roberto Baggio che sbaglia un calcio di rigore a luglio. Certe cose sono quasi magiche, come il Rhythm e la Summer dei quasi omonimi pezzoni dance che ossessionavano i villaggi vacanze e le discoteche estive in quel periodo.

1995: Hold Me, Thrill Me, Kiss Me, Kill Me

Una colonna sonora in cima alle classifiche estive? Impossibile, ma non per Batman. Cioè, per gli U2. Hold Me, Thrill Me, Kiss Me, Kill Me è un pezzo solidissimo, molto più del dimenticabilissimo Batman Forever cui era associata. E non solo: piaccia o meno quella fase di Bono e compagni, si tratta dell’inevitabile preludio alla fase rock decisamente più testosteronica che avrebbero inseguito nei dieci anni successivi. Considerato che uno dei successi dell’estate 1995 era Scatman’s World, si può dire che tutto sommato eravamo finiti nelle braccia del supereroe giusto.

1996: Virtual Insanity

Groove è la parola d’ordine, e per portare a casa una melodia eccezionale basta affidarsi agli accordi di Isn’t She LovelyFly Me To The Moon (controllate, sono quasi identici). Ma Virtual Insanity non è plagio, è remix culturale: trasformare una grande cultura musicale in un successo commerciale grandioso. A volte càpita, è meno raro di quanto si creda. Ad esempio succede nella rivisitazione hip-hop di Killing Me Softly realizzata dai Fugees, altro successo di un’estate per nulla prevedibile: basta considerare che tra i pezzi elettronici della stagione svetta la poetica Fable del compianto Robert Miles.

1997: D’You Know What I Mean?

Nel 1997 per molti il britpop era già agli sgoccioli. Nessuno aveva informato gli Oasis, che perfino dal loro album meno convincente degli anni ’90 estraggono una hit anglofila in piena regola, con tanto di allusione ai Beatles (“The fool on the hill and I feel fine”). E pensare che per tutti gli esperti di questa corrente non c’è storia: Girls And Boys dei Blur è la canzone estiva per eccellenza. Eppure, anche in questa inesistente tenzone, Damon Albarn si deve arrendere a quei brutti ceffi dei Gallagher. Around The World dei Daft Punk è un altro grande pezzo di quest’estate, specie se paragonato alla sempre più pigra corrente dance (è l’anno di Uh La La La e di Oh La La La, che non ci crederete ma sono due pezzi diversi). Ma è sempre dal per-nulla-esaurito filone britannico che ad agosto arriva un’altra canzone mica da ridere, letteralmente: Bittersweet Symphony.

1998: I Don’t Want To Miss A Thing

Qualsiasi purista degli Aerosmith ce l’avrà a morte con la ballata che tra agosto e settembre 1998 riavvia nuovamente la carriera del gruppo del Massachusetts. E pure in tutta la sua dose ipercalorica di romanticismo sdolcinato, il brano resta sostanzialmente inattaccabile: certo, che non si tratti più dell’hard rock degli anni ’70 e nemmeno di quello di Get A Grip si intuisce anche solo dal fatto che l’autrice, Diane Warren, l’aveva scritta pensando ad artisti come Céline Dion. Ma nel campo delle ballad pop ha pochi rivali. E poi, se vi pare troppo zuccherina, considerate che la canzone che aveva dominato il mese di luglio era Life di Des’ree.

1999: Scar Tissue

Iniziato con un botto, il decennio si congeda con dolcezza, in questo sofferta vignetta autobiografica che parla di rimpianto e ferite che si rimarginano, ma fino a un certo punto. Le cicatrici dei Red Hot Chili Peppers non possono nulla, in termini strettamente numerici, con i titani della canzone popolare, che tanto sembrano profetici con il senno di poi. L’entusiasmo latinoamericano ce l’abbiamo (Livin’ La Vida loca), le strane commistioni di generi anche (Mambo No.5), e se consideriamo pure Blue (Da Ba Dee) abbiamo perfino l’autotune: forse l’estate 1999 e l’estate 2019 non sono così diverse tra loro. Resta da capire chi sia il nostro Anthony Kiedis!