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La storia della musica è scritta anche dai grandi incompresi

di Luca Garro

«I White Stripes? Certo non sono passati alla storia grazie a Meg White».
«Ringo Starr? Il più grande miracolato della storia della musica».
«Chiunque avrebbe potuto far parte della band di David Bowie: il genio era lui, gli altri dei semplici comprimari».
O ancora, «Il bassista dei Sex Pistols rimarrà sempre Sid Vicious, mica quell’impiegato delle poste di Glen Matlock».

Quante volte avete letto affermazioni del genere nel corso degli anni? Tante, probabilmente troppe. Se è vero, infatti, che ogni grande band sia diventata tale soprattutto grazie alla forza trainante dei propri frontman (o frontwoman!), è altrettanto chiaro che ridurre a mere comparse coloro che contribuirono a crearne il sound sarebbe un errore imperdonabile.

Pensate al batterista dei Beatles, forse il più votato nell’ipotetica classifica dei membri meno influenti di grandi gruppi della storia del rock. Il primo a metterne in dubbio le capacità, seppur per mezzo della sua celebre ironia, era stato proprio John Lennon: «Il miglior batterista dei Beatles? Sicuramente Paul». In realtà, pur essendo diventato l’ultimo membro ufficiale dei Fab Four, all’inizio degli anni sessanta Ringo era sicuramente il musicista con più esperienza dei quattro. Il suo drumming semplice e preciso poteva apparire frutto di una tecnica limitata, ma solo ai meno attenti. Ringo non era certo un virtuoso, cosa messa ancora più in evidenza dallo sbocciare di batteristi come Ian Paice, John Bonham o Mitch Mitchell, emersi sulla scena in quegli stessi anni o poco dopo. Eppure, nessuno avrebbe potuto suonare quei brani in quel modo e, peraltro, la struttura dei brani composti da Lennon e McCartney più che di lunghi assoli necessitava di groove e di precisione: due campi in cui il buon Ringo poteva giocarsela con chiunque. A testimonianza ulteriore dell’importanza di Ringo, nel corso delle proprie carriere soliste McCartney, Lennon e Harrison coinvolsero più volte l’ex compagno nei loro progetti. Affetto? Sensi di colpa verso l’amico meno dotato? Difficile crederlo, soprattutto per musicisti che si sarebbero potuti permettere di ingaggiare i migliori batteristi sulla piazza. E se non ci credete, potete credere ad alcuni dei più grandi maestri dello strumento che rendono omaggio a Ringo, alle sue invenzioni, alle sue innovazioni e al suo tocco.

Un destino simile è capitato a molti colleghi di Ringo, dal “rivale” Charlie Watts dei Rolling Stones a Maureen Tucker dei Velvet Underground: sembra che stare dietro piatti e pelli sia un biglietto di sola andata per l’oblio, ma chi davvero conosce la musica sa che il sound delle band suddette non sarebbe stato lo stesso senza i loro batteristi. In questo ambito, forse la figura più vicina a Ringo Starr in termini di sottovalutazione popolare è Meg White. Che Meg non fosse una virtuosa delle pelli non era un segreto per nessuno, tanto meno per il compagno Jack White. Ma quel tipo di drumming, scarno e apparentemente privo di inventiva, era invece creato ad hoc per i brani dei White Stripes. Il suo far seguire due colpi di ride a due di cassa, uno dei suoi marchi di fabbrica, non era frutto di incapacità tecnica, ma una scelta studiatissima, capace di creare il sottofondo ipnotico perfetto per le sfuriate di Jack. Non a caso, lo stesso Jack vietò sempre a Meg di prendere lezioni, per paura che una maggiore tecnica potesse inficiare sul risultato finale dei loro brani, sull’anima del loro sound. Precisamente la ragione per cui Dave Grohl arrivò a definirla “una delle più grandi di sempre”.

Restando nel campo degli underdog, il pensiero non può che volare a Mick Ronson, forse il chitarrista meno celebrato della storia del rock. Affiancare David Bowie all’apice della carriera sarebbe stato difficile per chiunque, eppure continuare a relegare i suoi collaboratori più stretti al ruolo di semplici comparse, è qualcosa di profondamente ingiusto. «Quando conobbi Mick nel 1970, compresi subito di aver trovato il mio Jeff Beck»: basterebbe questa dichiarazione dello stesso Bowie per comprendere l’importanza di Ronson nell’esplosione della Bowiemania che colpì improvvisamente il Regno Unito all’inizio degli anni Settanta. David arrivava da due album acerbi, che mostravano un evidente talento ma che allo stesso tempo difettavano ancora di troppi elementi. Soprattutto in un momento storico come quello, in cui il giovane originario di Brixton doveva giocarsela con gente come Hendrix, Beatles e Stones. Le sue composizioni erano buone, ma ancora troppo convenzionali per riuscire a emergere all’interno dell’ispiratissimo clima della Swingin’ London. Fu proprio Ronson a prendere sulle spalle tanto le sue idee quanto il suo smisurato ego, trasformando radicalmente il suo sound e rendendolo finalmente riconoscibile. Un esempio a caso? La chitarra e i violini di Starman. Il resto è storia.

Ronson non era solo un chitarrista fuori dalla norma e una spalla umile e perfetta, ma sapeva muoversi perfettamente in studio, aiutando Bowie e Tony Visconti anche in fase di produzione. E quelle abilità vennero alla luce in tutta la loro grandezza solo quando Mick produsse insieme al compagno Transformer di Lou Reed e All The Young Dudes dei Mott The Hoople. Due album fortemente segnati dalla mano di “Ronno”, più che da quella dell’illustre collega, che in quei casi serviva piuttosto da sponsor di lusso, una specie di catalizzatore di pubblicità e fondi.

Quando l’Inghilterra venne scossa nel profondo dall’avvento del punk, le strade di Bowie e Ronson si erano divise da qualche anno, ma l’onda lunga delle loro opere continuava a risuonare nelle menti di coloro che avrebbero dato vita al movimento. «Non ero un grande fan di Bowie», dichiarò il leader dei Sex Pistols, Johnny Rotten, «Eppure Bowie era ovunque. Tutti quelli che conoscevano non parlavano d’altro». «Molti, però, ignoravano il fatto che il motore musicale del periodo glam di David fosse Mick Ronson»: l’opinione è del bassista Glen Matlock che, proprio come Ronson, non avrebbe mai ottenuto i riconoscimenti che gli sarebbero spettati. Glen si era trovato a far parte dei Sex Pistols quasi per caso, più che altro perché assiduo frequentatore di SEX, il negozio di Malcolm McClaren in Carnaby Street. D’altra parte, il fatto di saper suonare più che discretamente uno strumento non sembrava essere un elemento decisivo in quel momento. Eppure, Glen il basso lo masticava da tempo e, quasi subito, fu chiaro a tutti che egli fosse anche l’unico in grado di dare un senso alle velleità musicali della band e una struttura alle liriche deliranti di Rotten. Se i pezzi dei Pistols hanno ancora una “spina dorsale” ritmica che resiste alla prova del tempo, è merito in buona parte di quelle linee di basso ostinate come una locomotiva.

Matlock, però, non era fatto della stessa pasta dei compagni: troppo tranquillo, troppo pulito per quello che McClaren e Rotten avevano in mente. Quando venne cacciato dal gruppo, Glen aveva già composto quasi tutti i brani che sarebbero andati a formare Never Mind The Bollocks. Qualcosa che Sid Vicious, l’amico d’infanzia di Rotten che aveva preso il suo posto, non sarebbe mai stato in grado di fare. Anzi, sebbene quello di non saper suonare fosse uno dei vanti di ogni punk che si rispettasse, Sid era così incapace da suonare quasi sempre con l’ampli staccato. Quando i quattro si trovarono in studio per registrare l’atteso album di debutto, Glen venne persino richiamato e pagato come semplice turnista, aiutando chi l’aveva cacciato malamente poco tempo prima a passare alla storia. Una maledizione che non sarebbe svanita neppure quando la band si riunì nella seconda metà degli anni novanta: «Abbiamo richiamato Glen solo perché Sid non c’è più – dichiarò sprezzante come sempre Rotten – Provate a chiedere ai fan chi pensano che sia il vero bassista dei Sex Pistols».