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Il primo grande classico di Vasco è l’affresco di un caos

di Luca Garro

Nel 1979, l’Italia è allo sbando completo. Le dimissioni di Andreotti, dovute al venir meno della maggioranza, lasciano il Paese senza governo e i fermenti socio-politici toccano vette ed estremi che faranno ricordare quelli come gli anni di piombo: dall’omicidio di Aldo Moro alle leggi che garantivano più potere alla polizia e alla lotta contro il terrorismo, tra l’aumento progressivo dei sequestri, degli omicidi e degli scontri a fuoco tra Brigate Rosse, forze dell’ordine, associazioni mafiose e gruppi neofascisti. Il 27 agosto, in Sardegna, vengono rapiti dall’anonima sequestri Fabrizio De André e Dori Ghezzi. Eppure, dal punto di vista creativo e culturale sono grandi giorni per la musica, italiana e internazionale: nel corso dell’anno sarebbero usciti alcuni tra i dischi più belli della storia, come L’era del cinghiale bianco di Franco Battiato, London Calling dei Clash e The Wall dei Pink Floyd. E il giovane Vasco Rossi, a pochi mesi dall’uscita del suo album di debutto, era già al lavoro per provare a lasciare anche il suo segno, su quello strano anno.

Tanto per cominciare, Non siamo mica gli americani!, pubblicato il 30 aprile del 1979, avrebbe segnato per sempre la svolta stilistica per cui Vasco sarebbe diventato celebre negli anni a venire. Ai tempi, dell’emiliano si poteva dire tutto tranne che avesse raggiunto un benché minimo successo: sebbene non vi fossero dubbi sul potenziale della sua proposta, i maggiori introiti Vasco se li guadagnava ancora con l’attività di disc-jockey. È sempre in questo periodo che va a consolidarsi quella che verrà ricordata come la combriccola del Blasco: personaggi chiave come Gaetano Curreri, Maurizio Solieri e Massimo Riva (senza scordarci di Floriano Fini, Guido Elmi e Maurizio Lolli) seguiranno Vasco anche in quell’esperienza, convinti del fatto che, nonostante i concerti di allora si trasformassero spesso in risse tra band e pubblico, quella fosse la strada da seguire.

Pur essendo passati solo pochi mesi tra l’uscita di …Ma cosa vuoi che sia una canzone… e l’inizio dei lavori del suo successore, coloro che ne stavano seguendo l’ascesa si trovarono tra le mani il lavoro di un artista trasformato, capace di mostrare appieno la propria indole senza quelle mediazioni e gli strascichi squisitamente cantautorali del passato. Se prima, nonostante un’evidente rifiuto di alcune convenzioni, Vasco sembrava comunque inserirsi nella tradizione dei cantastorie che l’avevano preceduto, ora non vi erano più dubbi: il ragazzo stava segnando una nuova via. Se il primo album l’aveva messo in luce per il disincanto e l’amarezza di brani come La nostra relazione o …E poi mi parli di una vita insieme, oltre che per la capacità innata di dipingere ritratti toccanti come quelli di Jenny è pazza, che in qualche modo anticipava molti brani del suo futuro da scrittore, la seconda prova in studio mostrò una maturità e una consapevolezza rara per un cantautore agli esordi. E quindi, la capacità di raccontare qualcosa in più sul suo tempo.

Basti pensare alla forte critica sociale di un pezzo come (Per quello che ho da fare) Faccio il militare, un verso del quale dà il titolo proprio al disco, con quella sua spontaneità tra provocazione e paradosso. Una canzone che, sebbene ammantata di quell’ironia che sarebbe diventata uno dei suoi marchi di fabbrica principali, poneva un problema in cui nessun artista prima di lui si era addentrato allo stesso modo. Benché la tradizione musicale del nostro paese abbondasse di brani antimilitaristi, infatti, la scelta di focalizzarsi sull’assurdità della leva obbligatoria rappresentò qualcosa di inedito nell’Italia dell’epoca e fu in grado di scuotere le coscienze di una nazione che, in ogni caso, impiegò ancora più di vent’anni per porre fine a quella follia.

Per capire quanto a Vasco importasse poco del giudizio generale (decenni prima che questo tipo di atteggiamenti sfacciati diventassero una posa e una moda) sarebbe bastato ascoltare la traccia d’apertura del disco: Io non so più cosa fare, ballata stralunata dove il Signor Rossi raccontava di una relazione con una donna molto sicura di sé, forse troppo, che diventava l’occasione per sottolineare gli aspetti più grotteschi del femminismo esasperato. O meglio ancora, la splendida metafora extraterrestre di Sballi ravvicinati del terzo tipo usata per parlare di un modo di vivere che ha a che fare con la fede, che sia in un’istituzione o in un’entità superiore: l’analogia, svolta sotto forma di racconto, ci dice quanto l’attesa passiva e la speranza di un aiuto dall’alto siano cosa vana, una forma di rassegnazione di fronte alla realtà delle cose, ancora più amara quando non porta a nulla. Con molta più rabbia e meno giri di parole, Vasco sarebbe tornato a parlare del tema con Portatemi Dio, ma la raffinatezza delle liriche di Sballi sarebbe rimasta una delle sue vette come autore di testi.

Se a questo aggiungiamo la schietta tragicità di Fegato, fegato spappolato, che solo ad un’analisi superficiale poteva sembrare una celebrazione dello sballo, ma che in realtà si riferiva alla difficoltà di uscire dalla noia interiore che posti come la provincia italiana incrementano a dismisura, il quadro è completo: con Non siamo mica gli americani!, Vasco aveva posto le basi non solo della sua poetica futura, ma era riuscito a fare breccia tra gli ultimi, tra i disperati che forse mai prima di allora avevano trovato qualcuno in grado di descriverne così bene gli stati d’animo. Per non parlare della capacità di inquadrare, nelle storie di uno sbando esistenziale, il panico di un’intera società. Tutte cose che possono persino far passare in secondo piano il fatto che quell’album fosse, tra l’altro, anche quello di Albachiara.