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Il nuovo pop italiano fuori dall’hype

di Federico Pucci

“Non siamo mai stati nell’hype, noi. Siamo artigiani: ci siamo costruiti il pubblico, da Sanremo non abbiamo ricevuto il botto di popolarità che potrebbe avere un emergente. E oggi questo paga, la gente vede una credibilità: le cose che cantiamo, le puoi trovare sui nostri volti”. A parlare è Mauri, il frontman e autore dei testi degli Ex-Otago, prima della data sold-out della band genovese al Fabrique di Milano del 5 aprile, ma quello che dice fa riflettere sui molti sismi che stanno attraversando la musica italiana. Certo, i “rappusi” hanno fatto carne da macello del vecchio establishment, ma c’è anche una rivoluzione morbida che ha ramificazioni ancora più importanti.

Mentre scriviamo, il primo posto della classifica dei dischi italiani più venduti/ascoltati è occupato dall’album molto personale di un cantautore venuto dal rap, ma che di tante regole di quel genere si è liberato. È sempre bello di Coez non ha nemmeno un featuring, quello che molti esperti di discografia ritengono (spesso, a ragione) uno strumento necessario per aggregare fan di diversa provenienza, e così raggiungere un successo assicurato. Ma a prescindere dalle scelte artistiche più larghe e di sistema, si tratta soprattutto di un disco a cuore aperto che raccoglie ed esalta una serie di punti fermi stilistici e tematici condivisi da tanti artisti di nuova estrazione. L’it-pop, come ci siamo abituati a dire. E mentre l’artista romano si prepara a mietere migliaia di vittime nei suoi concerti dei palazzetti, come continuano a fare i Thegiornalisti e tanti altri suoi concittadini, bisogna osservare un altro trend, che rivela legittime ambizioni artistiche anche senza passare dalle venue più imponenti.

Si è visto nello show dei genovesi di ieri, uno spettacolo metà teatro e metà club, ideato con un filo narrativo che non disturba lo scorrere di un concerto quasi tutto cantato dal pubblico, oltre che sul palco. Ma c’è altro. Il 20 marzo ho visto un Alcatraz pieno come solo per Ed Sheeran e Harry Styles, ma a suonare non c’era una boyband o un fenomeno globale dall’Inghilterra: c’erano i Canova, da Legnano e Milano. Migliaia di ragazzi e ragazze erano venuti a cantare a squarciagola i ritornelli di un fenomeno che non si è fatto strada sui soliti canali del passato (la tv), ma costruendosi un seguito fedele passo dopo passo, non diversamente da quanto fatto dagli Ex-Otago, sebbene più rapidamente, con l’aiuto dell’era dei social. Ma non è solo hype: c’è l’originalità di proporre uno stile classico per distinguersi dalle mode dominanti; c’è la voglia di abbracciarsi e stare insieme, mentre fuori dal club i tempi sono piuttosto oscuri; c’è il bisogno di respingere i demoni con liriche accorate, genuine.

Questo discorso vale ancora di più se prendiamo un altro Alcatraz gremito, quello del 2 aprile dove si esibivano i Coma_Cose: dietro le trovate argute di una penna cresciuta a pane e punchline come Fausto Lama, c’è un’anima (“sempre che abbiamo un’anima”) palpitante, che ha voglia di mostrare le ferite aperte senza imbarazzo. E dall’altra parte del palco, un pubblico esultante che non può fare a meno di partecipare. Ne avevamo parlato, con Fausto, dopo l’incredibile exploit dell’ultimo festival Mi Ami: il set dei Coma_Cose, allora forti solo di un EP come Inverno ticinese, poteva rivaleggiare con gli headliner per risposta del pubblico. “Un tempo si andava a sentire certi concerti da osservatori, ora si sente il bisogno di farne parte: forse è mania di protagonismo, perché magari vuoi farti le Stories del concerto, ma forse è qualcos’altro“, mi spiegava il cantante e rapper, che a differenza degli Ex-Otago aveva alle spalle una storia non lineare, ma fatta di stop e restart, prima con il collettivo hip-hop Gleastilisti e poi con il progetto Edipo. Ma quello che raccontano i Coma_Cose, e come lo raccontano – cioè, con intelligenza ed empatia totale – ora ha fatto breccia: in frasi come “Certe notti fredde come gli occhi degli husky nelle tasche dei giubbini dei maschi a volte ti scaldi, a volte ti incastri, ma spesso son solo disastri” c’è una poesia che tutti possono raccogliere, a prescindere dalla milanesità profonda del progetto.

Non è, insomma, solo questione di hype, anzi: non sarà un caso se il duo ha dedicato a questa espressione molto pubblicitaria il titolo del debutto Hype aura, scelta seguita anche dai Pinguini Tattici Nucleari, che con il disco Fuori dall’hype rivendicano il loro diritto di fare come gli pare. Come gli Eugenio in Via di Gioia che due giorni fa hanno riempito una Santeria festante. L’esito, infatti, non sono i like sui social: sono i club strapieni, mentre le “vecchie” star, magari forti di tormentoni estivi, faticano a riempire gli stessi spazi. Segnale di un ricambio, certo, ma anche dell’affermazione di un movimento più forte del vecchio concetto di “scena”, perché finalmente libero dai dualismi tribali, dai rigori di adesione stilistica, dalle menate. Conta, finalmente, solo l’emozione, e l’autenticità con la quale la incarni e la restituisci.

Foto di Sergione Infuso