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Il passo più lungo della hit

di Federico Pucci

Si può passare dai piccoli club ai palasport nel battere d’un ciglio? Esiste una specificità nel mettere in scena ed eseguire un concerto dentro un’arena al chiuso? Sono domande che chi osserva la musica italiana deve porsi, nel momento in cui una “nuova leva” arriva nei palazzetti in modo sempre più famelico: se dovessimo individuare uno dei trend del triennio 2017-2019, infatti, sarà la grande conquista di nuovi spazi, letteralmente, da parte di un insieme di artisti che ne rivendicano tutto il diritto. Sì, ma come? Il caso di Tommaso Paradiso e dei Thegiornalisti, che ieri sono passati al Forum di Assago per la prima di due date sold out consecutive, può illuminarci.

Sul fatto che il tour nei palazzetti del gruppo romano sia un successo commerciale, c’è poco da eccepire. Gli organizzatori hanno dichiarato 116.500 biglietti venduti solo per la prima parte e più di 60mila per la seconda, in partenza a marzo e appena annunciata. Sono numeri che riflettono quelli delle chart: prima con Completamente a settembre 2016, poi con il tormentone Riccione l’estate successiva, i Thegiornalisti si sono presi un pezzo di mercato e i singoli degli ultimi mesi Questa nostra stupida canzone d’amore e Felicità puttana lo hanno solo confermato. Ma soprattutto il gruppo si è preso un pezzo di immaginario: ne abbiamo già parlato, scrivendo di it-pop, ma vale la pena ribadire che senza Paradiso, senza il suo passatismo musicale ostentato (la trimurti Vasco-Dalla-Venditti), il suo modo di osservare dettagli comuni e quotidiani e il suo sentimentalismo “sbracato” (parola sua), oggi la musica ex-indie pop e cantautorale italiana sarebbe da tutt’altra parte. Merito non soltanto suo, sia chiaro, ma bene o male Paradiso e soci hanno imposto un vocabolario e un galateo al pop italiano di fine decennio. Il risultato: uscire dall’ombra, prendersi qualche soddisfazione di vendite, e fare tour grandi come mai prima.

Fino a due anni fa, la band girava per i club, portando già quel suono così smaccatamente anni ‘80 che si fa largo a partire dall’album Fuoricampo. Il primo esperimento nei palasport, a maggio dell’anno scorso, non aveva raccolto giudizi unanimi: grande entusiasmo, ma anche tanti difetti. Mi è capitato di vedere molto indie italiano dal vivo, Thegiornalisti compresi, nei posti normalmente bazzicati da quegli artisti: i circoli ARCI, i piccoli e medi club, le rassegne estive. Ad aprile dell’anno scorso ho avuto il mio primo incontro ravvicinato con l’espansione di quel mercato, Lo Stato Sociale al Forum di Assago: un concerto con tanta voglia di divertirsi quanta inadeguatezza, combinazione pericolosissima riflessa nell’autoironica etichetta del “bel concerto da mitomani”. Ieri sera, ho visto per la prima volta la new sensation del pop italiano dentro lo spazio legittimo, stando ai numeri: eppure, la realtà è sempre più complicata di una statistica, e l’impressione è aver visto ancora i Thegiornalisti dei club, ma spalmati su un’area più vasta.

I problemi sono innanzitutto sonori: si sa, i palasport non sono sempre indicati come luoghi ideali per usufruire della musica, anche perché nascono per altri scopi. Ma l’effetto radio a transistor dell’intro Overture registrata, non è l’antipasto migliore. E almeno i primi cinque pezzi in scaletta, a partire da Zero stare sereno, confermano questa impressione: i volumi, percepiti nella tribuna stampa, sono tutti schiacciati nel centro del parterre, e il fatto che la direzione venga corretta in corsa confermerebbe un qualche pasticcio tecnico. Càpita, non è un dramma, specie di fronte a una scaletta che comincia a calare gli assi da metà e svela il carico pesante solo sul finale. Se a questo, però, si unisce una produzione scenografica povera di mezzi ma soprattutto di idee, le cose si fanno complicate: esclusi sporadici interventi di laser, le luci sono per lo più statiche e banali; i visual sul maxischermo, sono didascalici, goffi e, quando azzeccano il motivo (le virgole alla Gruppo Memphis su Milano Roma, le insegne al neon di L’ultimo grido della notte) mostrano carenze, come la scarsa definizione dello schermo, che rendono tutto molto confuso e poco incisivo. Mettiamoci poi, per unire audio e scenografia, l’impatto quasi inesistente del quartetto d’archi che arriva sulle note di Love e del quale ci si dimentica in fretta.

Le canzoni, però, sono tutte lì, letteralmente. La band percorre una per una le tracce di Love, e anche il precedente Completamente sold out e singoli come Senza spopolano nelle due ore di show. Spopolano davvero, perché il pubblico si è affezionato ai manierismi paradisiaci e alle nostalgie sonore. Fatta eccezione di Io non esisto, sono rari i momenti in cui si esce dall’estetica 80s: non è un caso che, dopo questa ballad acustica con due chitarre, prima che il trio abbandoni la passerella e torni in fondo sul palco, Paradiso si prenda questo momento per cazzeggiare e proporre due versi di Paracetamolo di Calcutta. Il contatto tra palco e parterre esiste, anche se settato su un altro valore: non l’idolatria del rock, ma la simpatia degli amiconi. Questo approccio spontaneo e alla mano non manca mai: è la battuta “da papà” che precede Riccione (“Questo è un brano inedito che vi vogliamo proporre”); è l’atteggiamento da “uno di noi” che lo porta a chiacchierare con il pubblico (“Tu sei quello che ha fatto quel video su Facebook? Canti meglio di me, io vi conosco tutti”); è l’onestà di ammettere la paura del palazzetto.

Ma se gli spalti risuonano delle note delle hit e di “vocali di dieci minuti”, il lavoro ingegnoso in studio non si riflette sempre in scena: l’onestà di Paradiso e dei suoi dovrebbe essere, allora, non solo constatare un limite, ma fare il possibile per superarlo, per dare un senso più pieno alla posizione legittimamente conquistata ai piani alti del pop.

Foto di Sergione Infuso