L’ennesimo, trionfale, tour estivo negli stadi di Vasco ci dà lo spunto per riflettere su un paio di questioni che riguardano la sua grande esposizione mediatica negli ultimi quindici anni. Se escludiamo qualche piccola parentesi, come quella di qualche anno fa dovuta ad una malattia difficile da individuare e curare o a quelle fisiologiche tra un album e il successivo, dal 2003 ad oggi Vasco non ha mai smesso di suonare dal vivo. E nonostante nel brano E adesso che tocca a me, per altro suonato regolarmente nel corso di questo Vasco Non Stop Live 2018, il Blasco si chieda cosa farsene della Svizzera ora che non c’è più Topo Gigio, l’annuncio dei suoi show estivi ha finito per trasformarsi in una sorta di routine, qualcosa di cui nessuno conosce location e date, ma che di sicuro accadrà con puntualità, appunto, elvetica.

Se questo, da una parte, ha permesso a chiunque volesse vederlo almeno una volta nella vita di poterlo fare, dall’altra ha forse reso il tutto un po’ prevedibile. Non tanto dal punto dello spettacolo, probabilmente la cosa migliore che la nostra musica sia in grado di esprimere ancora oggi, ma per lo meno parlando di meri numeri. Si sa, la richiesta genera l’offerta, ma troppa offerta può innescare il processo inverso. In questo senso, pur rimanendo un discorso a sé stante, anche l’epocale Modena Park è andato a sommarsi alla messe di concerti che l’avevano preceduto e a quelli che gli stanno facendo seguito, nonostante in molti fossero convinti che, dopo un evento del genere, Vasco avrebbe finito per riposarsi almeno un po’ sugli allori.

Insomma, il pericolo maggiore è forse quello di perdere il senso dell’evento, quella cosa che scaturiva proprio dagli anni d’attesa, quando era difficile prevedere le mosse di un artista. Quando al posto dei social esisteva solo l’immaginazione. Un rischio che, va detto, fino ad ora non si è mai palesato, ma che sulla distanza potrebbe farsi sentire anche per un million seller come lui. Vasco è sempre stato in grado di smuovere le coscienze, di farci andare oltre i concetti precostituiti, di frantumare le nostre credenze, le nostre certezze. Ma oggi è ancora così? La paura più grande è che, diventando la sua presenza così frequente, il messaggio finisca un po’ per perdersi. Per esempio, vedere ragazze semi vestite contorcersi come ad una festa di fine anno su un brano come Siamo Soli il cui testo resta di un’amarezza infinita, onestamente mi mette ogni volta i brividi.

Da questo punto di vista, poi, il suo pubblico è di certo quello che ha subito più cambiamenti dagli anni Novanta ad oggi, se paragonato a quello di qualsiasi altro artista del nostro panorama e solo chi ha assistito a suoi concerti prima di Imola ’98 sa davvero di cosa stiamo parlando. D’altra parte, però, può trattarsi semplicemente del segno dei tempi che cambiano, di quell’inevitabile differenza tra generazioni che da sempre fa parte dell’umanità e che, diciamolo, forse in qualche modo è anche sana. Per lo stesso motivo, ci sarà sempre chi avrà la giusta sensibilità per cogliere messaggi che sembrano alieni ai più.

Di recente, Vasco ha probabilmente dato la risposta migliore a tale quesito, ammettendo ancora una volta di non poter vivere senza esibirsi dal vivo. Ogni volta che lo si ascolta affrontare l’argomento, la sensazione è che, se smettesse, tornerebbero a trovarlo i suoi demoni, le sue paure, le sue fragilità. Inizierebbero i guai, insomma. Proprio per questo, per sua stessa ammissione, la sua ultima parte di carriera sembra volgere verso qualcosa di simile a quella di Bob Dylan che, impegnato in un tour senza fine dal 1988, proprio come Vasco sembra aver trovato nel vagabondare una sorta di campana di vetro in cui immergersi e proteggersi dal mondo. In effetti, basta guardarlo salire per la seconda volta consecutiva sul palco dello stadio Olimpico di Roma per comprendere quanto l’esistenza di Vasco dipenda da tutto questo. E a noi, dopo tutto, va ancora bene così.

foto di Sergione Infuso

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