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I grandi successi estivi non sono tutti come ce li aspettiamo

di Luca Garro

Estate, tempo di musica di merda. È davvero difficile togliersi dalla testa questo assioma e, nel corso dei decenni (anche quelli che ricordiamo con nostalgia), abbiamo imparato a considerare come una piaga immutabile e impossibile da evitare la successione di canzoni un po’ leggerine. Puntualmente, infatti, insieme ai primi caldi, alla chiusura delle scuole e all’apertura degli stabilimenti balneari, ecco che chi ama un certo tipo di sonorità decide di spegnere la radio fino all’ottobre successivo. Tuttavia, benché resti e resterà per sempre un pegno da pagare alla stagione dei balli di gruppo (Covid permettendo), quella dei singoli estivi è una malattia che, nel corso degli anni, molti grandi artisti hanno provato a combattere. Spesso riuscendoci con un certo successo: e la soluzione è semplicemente ignorare i cliché (che non mancano qui come all’estero) e pubblicare quel che si vuole. E per rendersi conto della fortuna di questa strategia, basta dare un’occhiata alle classifiche di vendita dei singoli degli ultimi tre decenni.

Pensiamo al 1994, per esempio. Col cadavere ancora caldo di Kurt Cobain, che aveva fatto tornare i Nirvana nelle classifiche di mezzo mondo, in Italia le radio erano inondate da pezzi di Molella, Datura e Corona. Eppure, in mezzo a quel mare magnum di monnezza, un brano intenso e drammatico come Streets Of Philadelphia di Bruce Springsteen era riuscito a monopolizzare le classifiche dalla primavera precedente, per essere spazzato via solo a estate quasi finita dalle solite The Rhythm Of The Night, The Summer Is Magic e Sweet Dreams (ahimè, non quella degli Eurythmics, ma dell’immensa La Bouche). Mi direte: va beh, un caso ci può stare ogni tanto. E invece no, perché l’estate successiva vide l’alta rotazione di brani come Scream, insperato clamoroso ritorno di Michael Jackson con la sorella Janet e, soprattutto, di Hold Me, Thrill Me, Kiss Me, Kill Me degli U2. Due pezzi che, diciamolo, potevano piacere o meno, ma che di certo nulla avevano a che spartire con roba come Scatman’s World o Be My Lover.

Gli anni successivi, fortunatamente, hanno poi continuato a regalare emozioni anche a chi, invece di rincoglionirsi sul dancefloor di qualche discoteca marittima, preferiva bersi una birra in un pub vecchio stile della riviera ligure o romagnola (si spera dotato di una decente aria condizionata!). The End Is The Beginning Is The End (1997) e Ava Adore (1998) degli Smashing Pumpkins divennero il migliore degli antidoti ad Alexia e Ricky Martin, che nel 1998 riuscì a fracassarci orecchie e sinapsi con l’inno dei Mondiali di Francia.

Il millennio sembrò concludersi nel peggiore dei modi. Per chi come me è cresciuto a pane e chitarre, l’estate ’99 fu forse una delle più drammatiche di sempre, con Blue (da ba dee), Livin’ La Vida Loca e Baby One More Time a rappresentare una minaccia più tangibile del millennium bug. Poi, all’improvviso, ecco il pezzo capace di cambiare tutto. Quando il video di Scar Tissue dei Red Hot Chili Peppers fece la sua comparsa su MTV, il futuro apparve immediatamente meno tamarro di quello che Lou Bega e gli Eiffel 65 avevano voluto farci credere: e quel pezzo ebbe grandissimo successo, dalla sua uscita a maggio fino alla fine dell’estate, benché con il suo incedere pessimista e quella melodia spettinata non presentasse nulla delle emozioni solitamente associate alla stagione. D’accordo, Anthony Kiedis era a petto nudo e si parlava di California, ma a conoscere un po’ il frontman dei RHCP nessuna delle due condizioni sembrava particolarmente rara o riservata all’estate!

Questi sono i segni del fatto che, mentre in Italia durante la bella stagione la vita pare debba fermarsi a ogni costo, nel resto del mondo gli artisti che contano hanno sempre scelto di puntare molto proprio quando il sole batte più forte (ne abbiamo anche parlato qui). Difficile a credersi, per esempio, ma una band come gli Iron Maiden riuscì a scalare le classifiche estive nel 2000 con un pezzo come The Wicker Man, e anche i Metallica scelsero spesso quel periodo dell’anno per spingere molti singoloni lanciati a fine primavera: Fuel, I Disappear e il criticatissimo St. Anger, sono tre esempi non troppo lontani nel tempo, e tutti e tre hanno avuto parecchia fortuna tra ombrelloni e parole crociate. Certo, gli Iron Maiden e i Metallica del nuovo millennio non erano più per duri e puri del metal, ma gli argomenti dei loro brani restavano ben distanti dai vari tramonti, moijti e via dicendo. Senza contare che vederli in classifica a contrastare gente come Paola e Chiara, Mel C o Geri Halliwell, non poteva che fare bene al cuore per i reduci del passato come me.

Spinto forse dal successo dei colleghi esteri, nel 2007 anche il nostro Vasco Rossi scelse un brano atipico come La Compagnia di Lucio Battisti per preparare al meglio la nuova conquista degli stadi. Nonostante la malinconia di fondo – non si trattava certo di Acqua Azzurra Acqua Chiara – il brano rimase al primo posto per mesi, contrastato solo dai continui singoli Mika, fresco del debutto Life In Cartoon Motion. Alla faccia dei luoghi comuni sull’estate. E per quanto siano stati più avari di brani “poco estivi” di successo in estate, anche gli anni ’10 sono stati capaci di regalare sorprese. È il caso di Burn It Down dei Linkin Park, che pur non riuscendo a raggiungere la prima posizione nel Paese dei Modà, stazionò stabilmente in radio e classifiche durante l’estate 2012, diventando presto un super classico mondiale.

O ancora di Papaoutai (2013) di Stromae, che lungo tutto il 2014 e a maggior ragione d’estate tenne botta a un’annata nella quale ogni canzone e ogni artista pareva dovesse declinarsi in chiave EDM (sì Coldplay, stiamo guardando voi). Certo, come singolo aveva un bel beat danzereccio, ma il testo era portatore di un’angoscia (quella dell’orfano che cerca il padre) lontanissima dalle spensieratezze estive. E soprattutto, era cantato in francese, una lingua che l’italiano medio disprezza con ogni cellula del suo corpo. Eppure, eccolo lì, ubiquo nei dj-set, e con il video a rotazione continua su MTV, a beneficio dei suddetti come me, chiusi in un pub in riviera.

Lo so, probabilmente non sono riuscito a convincervi del fatto che questa parte dell’anno valga come tutte le altre, soprattutto quando le vostre vacanze passate e presenti sono funestate da personaggi che preferisco non nominare. Eppure, è proprio in questi momenti, quando le canzoni vi parlano di aperitivi e spiagge assolate, quando il conformismo pare l’unica via, che potete sempre pensare a Bruce Springsteen, a spasso per le strade di Philadelphia, baciato da un vento freddo che in questo momento potrebbe essere perfino più gradito di un cocktail annacquato. E a quel punto, potrete sentire un’intuizione rassicurante: a cercar bene, anche le classifiche estive nascondono belle canzoni.