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Grandi canzoni registrate dal vivo

di Federico Pucci

Le sensazioni che si provano ascoltando musica dal vivo, lo sa chiunque abbia frequentato almeno un bel concerto nella sua vita, sono di tutt’altra scala rispetto a ciò che restituisce l’ascolto di un disco. Questo vale a maggior ragione nell’attuale epoca digitale, distratta e tendenzialmente a bassa fedeltà, ma la storia l’ha dimostrato anche prima di Spotify. Questo perché non siamo solo noi spettatori a ricevere emozioni dai concerti: qualunque artista che suoni con passione, non può fare a meno di lasciarsi coinvolgere da quell’atmosfera. Si tratta di qualcosa di impalpabile, molto spesso, ma non solo: il ritmo di una batteria reso più avvolgente dalle impercettibili imprecisioni del cosiddetto live feel; i suoni arricchiti dal riverbero di un auditorium; la voce che parte con un’enfasi priva di filtri, anziché controllata da un produttore. Così, può capitare che gli album registrati dal vivo risultino perfino superiori a quelli incisi in studio. Qualche volta, addirittura, le versioni live di un pezzo finiscono per risultare nettamente migliori, e cementarsi nella memoria degli ascoltatori più delle controparti in studio. Lo sanno bene, gli artisti: per questo alcuni di loro hanno scelto di registrare interi dischi di inediti dal vivo, o di preferire interpretazioni create all’impronta alle più rigide versioni originali.

Bob Marley – No Woman, No Cry

Forse non è noto a tutti, ma la versione più famosa del pezzo più amato di Bob Marley è stata registrata dal vivo. Per la precisione, il 17 luglio 1975. Bob Marley and The Wailers sono in concerto a Londra, al Lyceum Theatre, per il tour di Natty Dread, l’album che contiene tra le altre No Woman, No Cry. La versione registrata in studio, però, non ha nulla del groove molleggiato e sofferto del concerto. Un feeling pazzesco che scorre per tutta la raccolta dal vivo Live!: a spingere quel disco, non a caso, sarebbe stata proprio la canzone tragica e consolatoria che per molti rappresenta l’intera tradizione reggae. Non stupisce che nel greatest hits Legend sia stata inclusa questa incisione live, al posto di quella in studio.

Nirvana – The Man Who Sold The World

I Nirvana non erano nuovi alle cover: il loro primo singolo in assoluto fu Love Buzz degli Shocking Blue. Non è strano includere in questa lista una versione che Kurt e i suoi non avrebbero mai inciso in studio. L’ultima cover che consegnarono alla storia, forse la migliore, fu The Man Who Sold The World di David Bowie. In qualche modo, questa versione (quasi) unplugged riesce a mantenere l’enigmatica carica poetica e ipnotica dell’originale, una visione acida dove frusciano le spazzole di Dave Grohl e si insinua la voce marcia di Cobain. La canzone era talmente riuscita che venne effettivamente distribuita anche come singolo, ma solo per le radio e i juke-box, mai ufficialmente in vendita. Intanto, però, quel frammento di live registrato per MTV fu trasformato in videoclip e la canzone ebbe una grande vita, tanto da finire nel greatest hits Nirvana del 2002: la stessa sorte capitò ad All Apologies, ma a Kurt non piacque mai quella versione acustica, e chi siamo noi per contraddirlo? Del resto, MTV Unplugged In New York è forse il disco dal vivo più popolare di sempre, ma questa è un’altra storia.

Vasco Rossi – Rewind

Uno degli ultimi singoli veramente importanti di Vasco Rossi esce nel 1999. In realtà, Rewind era già stata pubblicata: faceva parte del disco Canzoni per me, dato alle stampe l’anno prima. Ma il successo del pezzo – e quella che molti considerano la sua versione definitiva – arriva solo quando EMI decide di pubblicare un live album. Giusto in tempo per un imminente e mastodontico tour estivo. La registrazione risaliva a un anno prima, e quell’occasione era non meno significativa: per la prima edizione dell’Heineken Jammin’ Festival, gli organizzatori ebbero la geniale idea di chiamare come primo headliner proprio Vasco, decretandone uno status alla pari con le rockstar internazionali che in genere (basta vedere i festival di oggi) si accaparrano la prima posizione. Il risultato di quella registrazione è una versione meno leccata e dance dell’originale, più irruenta e decisamente più ‘Blasco’. E il videoclip, con Marjo Berasategui che canta e balla, ha fatto la sua parte per trasformare Rewind in tormentone.

MC5 – Kick Out The Jams

Il disco di debutto dei protopunk rocker, uscito nel febbraio 1969, fu interamente inciso dal vivo. I ruggiti e le arringhe rivoluzionarie di Rob Tyner sono parte integrale dell’esperienza di ascolto, e non per caso: gli MC5 e l’etichetta Elektra volevano presentare al mondo non solo la musica del quintetto, ma quell’energia violenta, esagerata, ribelle che trasmettevano dal vivo. Come nelle due date dell’ottobre 1968 nella Grande Ballroom di Detroit, dove fu registrato l’album. L’album schizzò ai piani alti della classifica Billboard, guidato dalla title-track, che scatenò anche un piccolo caso per via di quel “motherfuckers” gridato nei primissimi secondi: l’Elektra avrebbe voluto cancellarlo, ma dovette accontentarsi di una censura sul testo stampato nell’LP. A suo modo, fu una rivoluzione, e forse non sarebbe avvenuta se il gruppo avesse registrato in studio.

Johnny Cash – Folsom Prison Blues

Quando, dopo molti tentativi, finalmente Johnny Cash era riuscito a esibirsi in concerto alla prigione di Folsom, il 13 gennaio 1968, si sarebbe forse potuto esimere dal suonare una ballata ispirata proprio da quella famigerata galera? Certo che no, anche perché dalla metà degli anni ’50 la leggenda del country era già abituato ad aprire i suoi live con Folsom Prison Blues. E poi c’è qualcosa di speciale nel raccontare ai carcerati una storia che per te è solo una serie di note e di parole, mentre per loro è un affresco di vita, per quanto romanzata. L’album live inciso quel giorno fu un successo, e la canzone che lo apriva ancora di più: fu grazie a questa che Cash ottenne nel 1969 il suo primo Grammy Award, e sono in molti a preferire questa versione, ritmata e vibrante, a quella registrata in studio nel 1955.

Neil Young – My My, Hey Hey

Alla fine degli anni ’70, pur arrivando da capolavori come Tonight’s The NightZumaComes A Time, Neil Young sente il peso dell’irrilevanza. Intorno a lui preme la storia: a bussare alla porta sono punk e new wave, che minacciano di spazzare via la vecchia guardia. Neil riversa queste impressioni in alcune nuove canzoni: riflessioni amare e rabbiose sull’oblio e la morte, tra il Re ormai morto (Elvis Presley) e Johnny Rotten. Per trasmettere l’urgenza di quei versi inediti, decide di portarli in tour con i Crazy Horse, in un doppio set acustico ed elettrico che diventerà anche un disco dalla doppia anima. Il minaccioso slogan Rust Never Sleeps, “la ruggine non dorme mai”, dà titolo a quell’album creato – appunto – in corsa e uscito il 22 giugno 1979. A parte alcune sovraincisioni e due brani registrati in altre occasioni, le tracce hanno proprio quel feeling dal vivo che ne accentua onestà e fragilità. Basti pensare a My My, Hey Hey, canzone resa ulteriormente celebre da Kurt Cobain, quando la citò nella sua lettera d’addio. Questo pezzo e classici come Powderfinger hanno fatto la storia, anticipando il grunge a detta di molti. E non poteva che avvenire dal vivo, dove le emozioni sono più libere.

Foto di Frank Micelotta