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Grandi artisti, pessimi caratteri

di Luca Garro

Separare l’arte dall’artista è cosa che spesso conviene fare. Non a caso, il mondo si divide in qualche modo in due grosse fazioni: chi farebbe di tutto per conoscere il proprio idolo e chi, invece, anche avendone l’occasione, preferisce evitare delusioni che potrebbero intaccare l’amore nei suoi confronti. Sarà che ho sempre amato gli stronzi, ma ammetto di far parte della seconda categoria. D’altra parte, per comprendere davvero il valore di un artista, tocca fare i conti anche con le parti che non ci piacerebbe conoscere di lui, quelle che non vorremmo mai venire a sapere. Lo sanno bene i fan di Liam Gallagher, abituati da anni a leggere improperi di ogni tipo rivolti a chiunque gli capiti a tiro. O i fan di Morgan, altro caratteraccio proverbiale.

Tuttavia, nel grande insieme dei musicisti irascibili, l’ex Oasis e l’ex Bluvertigo non possono competere con gente per cui l’insulto, i commenti acidi o le risposte sgarbate non erano qualcosa da esibire sui media, ma un vero e proprio modello esistenziale. Anni fa, un lungo servizio di Rolling Stone avallato dalla stessa Dori Ghezzi metteva proprio in luce il carattere spesso difficilissimo di un artista come Fabrizio De André, che i mezzi d’informazione avevano trasformato in una sorta di santo dopo la prematura scomparsa. In un passaggio dell’inchiesta, significativamente intitolata “Giù dall’altare”, un divertito Paolo Villaggio (altro personaggio noto per il suo lato cinico e politicamente scorretto) raccontava di quando lui e Faber si erano trovati sulla Milano-Genova con una ruota forata, incapaci di riparare il danno. Dopo qualche minuto, un automobilista si era fermato ad aiutarli, cambiando la ruota e permettendo loro di raggiungere la destinazione desiderata: «Ma lei è Fabrizio De André, sono un suo grande fan. È stato un onore poterla aiutare», si permise di dire l’uomo. «Sì, grazie tante – rispose il cantautore – Ora però puoi anche andare che hai l’alito che puzza di merda».

Ma il nostro Fabrizio non rappresentava che la punta dell’iceberg di un binomio, quello tra genio artistico e carattere fuori dalla norma, che aveva sempre fatto parte della storia della musica popolare. Blues e jazz, per esempio, sono stati sempre terreno fertile per personalità dal temperamento non proprio nella norma. Basti pensare ai racconti sulle avventure amorose e di criminalità di gente come Robert Johnson o Leadbelly, costretti anche a causa del colore della propria pelle a vivere vite all’insegna del vagabondaggio, delle risse e, molto spesso, degli omicidi. Se Johnson aveva pagato in prima persona i propri comportamenti al limite, Leadbelly passò gran parte della propria esistenza dietro le sbarre, in un continuo vai e vieni dalle prigioni d’America. In questi casi, insomma, il pessimo carattere fu cucito addosso a storie che la società razzista americana desiderava leggere, storie di emarginati insomma. Ma questa è un’altra faccenda.

Impossibile non pensare a Miles Davis, nell’immaginario comune probabilmente il musicista antisociale per antonomasia. Va detto che a cementificarne l’indole di uomo intrattabile – quantomeno presso il pubblico italiano – contribuì non poco Arrigo Polillo, fondatore di Musica Jazz, che pure di Davis era uno dei massimi estimatori: «Gli occhi, piccoli, lucidi, “puntuti”, hanno una fissità innaturale. Sembrano quelli di un ipnotizzatore. Meglio: di un rettile – aveva detto a Stasera Jazz – La voce pare venire dall’oltretomba: ha la consistenza di un soffio. Si dice che l’abbia perduta per aver urlato al telefono contro qualcuno, mentre era ancora convalescente per un’operazione alla gola». Da quanto si sa, Miles poteva essere effettivamente un grandissimo stronzo, così come il suo collega Charles Mingus, ma anche nel loro caso non si poteva non considerare l’ambiente in cui erano cresciuti e le umiliazioni subite nell’atto di intrattenere un pubblico in prevalenza bianco. Contro ogni regola vigente in quel mondo, precursori come loro non si limitivano a suonare il proprio strumento, non si arrendevano a quelle leggi non scritte che volevano i musicisti di colore costretti a essere servizievoli nei confronti del pubblico pagante. Bianco, si intende. La loro scontrosità, insomma, non era soltanto un difetto di carattere. In questo senso, uno come Keith Jarrett, noto per le proprie bizze e per una certa altezzosità, appare ancora come il miglior discepolo di un certo tipo di atteggiamento: «Come diceva Miles Davis, ricordatevi sempre che se mi comporto in un certo modo c’è sempre un valido motivo dietro».

In ambito prettamente rock, impossibile non citare Ritchie Blackmore, chitarrista fondatore di Deep Purple e Rainbow e creatore di riff immortali. Considerato una delle più grandi leggende delle sei corde, per alcuni importante quanto Hendrix, Page o Clapton, Blackmore non ha mai brillato per convivialità. Innumerevole il numero di musicisti che, dopo averci lavorato, non hanno più voluto vederlo nemmeno in foto. Tra le sue performance migliori, quella in cui lasciò i Deep Purple nel bel mezzo di un concerto del tour celebrativo dei loro venticinque anni. Ritchie, infastidito dal conflitto con Ian Gillan, di colpo uscì per non fare più ritorno. La band fu quindi costretta a concludere la serata senza di lui, per poi sostituirlo per il resto del tour con Joe Satriani. Leggendaria anche la volta in cui, al Castello di Vigevano, il buon Ritchie lasciò il palco dopo aver mandato a fare in culo il pubblico che gli chiedeva a gran voce di suonare Smoke On The Water.

Chissà se Blackmore sarebbe andato d’accordo con Lou Reed, un altro musicista dal vaffanculo facile. Pare che vivere, suonare, ma anche solo dialogare con l’autore di Perfect Day fosse una delle cose più difficili al mondo. Nel corso della propria vita, Lou passò infinite fasi e col passare degli anni, il suo animo finì inevitabilmente per addolcirsi, ma sono pochissimi quelli che possono vantarsi di non aver mai avuto seri problemi con lui. Maniaco assoluto del controllo, Lou non tollerava nulla che non fosse perfettamente in linea con il proprio pensiero. Tanto meno tollerava di avere intorno a sé musicisti che potesserlo metterlo in ombra. Il suo fare supponente e sprezzante causò la rottura di un numero infinito di rapporti, e più il legame con le persone in questione era stretto, più diveniva passibile di implosione. Lo scoprirono presto tanto musicisti come John Cale, Robert Quine e Iggy Pop, quanto personaggi come Andy Warhol o Lester Bangs, coi quali visse perennemente in bilico tra amore spassionato e odio primordiale. Per non parlare delle donne, e degli uomini, che ne condivisero la vita di ogni giorno, spesso costretti a subire umiliazioni e torture psicologiche devastanti. E con i giornalisti non era più accomodante, anzi.

Infine, una piccola curiosità. Se il più caustico dei Beatles è sempre stato considerato John Lennon, molte testimonianze raccontano di un George Harrison spesso incline alla rispostaccia e al comportamento disfunzionale. Considerato il Quiet One, il tranquillone del gruppo, pare che Harrison non fosse solo il pacioso uomo tutto casa e Buddha, ma che spesso utilizzasse cinismo e umorismo troppo pesante per apostrofare chi non gli andasse a genio. Ma, in fin dei conti, chi siamo noi per giudicare?

Foto di Stefania D’Alessandro