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Forse il tempo dei talent è finito

di Federico Pucci

Tante volte abbiamo sentito dire che i talent show erano morti. La verità è che, mentre le proposte musicali uscite da quei programmi continuavano a scarseggiare, mentre i vincitori del televoto venivano surclassati dai vincitori morali (da Giusy Ferreri ai Måneskin, la storia si ripete), intanto “là fuori” nessuna credibile alternativa aveva preso piede. I famosi locali nei quali i gruppi potevano farsi le ossa continuavano a mancare all’appello, privilegiando altri tipi di offerte musicali, e il panorama mediatico era quasi più desolante. Ora però qualcosa di diverso c’è. E non sta su un canale tv, sta esattamente dove tutti avevano smesso di cercare. In giro.

A febbraio il format Spaghetti Unplugged ha debuttato a Milano, ma la sua storia un po’ carbonara, un po’ modaiola era iniziata sette anni prima a Roma, nel tempo e nel luogo dove stava nascendo e crescendo una nuova leva pop e cantautorale. Tutto era partito da un’idea piccola, mi racconta Davide Dose, inventore dell’evento con Gianmarco Dottori: «L’idea era fare una seratina, anche perché avevamo velleità cantautorali e ci sembrava che una serata open-mic come quelle che avevo visto a Londra, dove chiunque poteva avere 5 minuti per esibirsi, potesse essere una palestra per noi stessi e un’occasione per fare rete. Pian piano ho notato che la cosa aveva una sua magia e allora l’abbiamo progettualizzata».

Ai tempi, Roma aspettava solo un erede del Folkstudio, e soprattutto seguaci spirituali di De Gregori e Venditti. Da Spaghetti Unplugged, allora, sono passati i Thegiornalisti in epoca pre-Fuoricampo, un emergente Gazzelle, un imberbe Ultimo ancora lontanissimo da Sanremo, prima che tutta Italia parlasse di loro, probabilmente anche prima che si facesse largo presso il pubblico più vasto l’idea di una “scuola romana”. «Penso che il nostro evento abbia contribuito a creare questo senso di aspettativa e di comunità: è quasi un salotto, un punto di ritrovo tra gli stessi musicisti. Ho visto nascere carriere non solo di cantautori ma pure di bravissimi turnisti!». Davide non si prende tutto il merito, anzi: l’intuito nel premiare nuove voci e nuove firme va a quelle etichette come Bomba Dischi e 42 Records, responsabili se non di averlo alimentato, comunque di aver raccolto il fermento culturale di un’epoca e di una città.

Ma non è solo questione di proposta musicale, quella di chi si lancia da esordiente e quella di chi si è già fatto le ossa. La novità semmai sta nella maniera in cui presenta questa offerta: con esuberanza, e un senso – forse ostentato – di spontaneità. «La festosità è un aspetto molto romano – mi dice Davide – Io pensavo di mettere dentro un locale quello che facevo al falò in spiaggia o in salotto con gli amici: questa era la diversità di Spaghetti rispetto ad altri mondi musicali, che si vivono molto sul serio, e infatti all’inizio questo non piaceva a tutti. Noi invece livelliamo, mettiamo tutti sullo stesso palco, da Giuliano Sangiorgi a Motta, fino al ragazzo che nessuno conosce».

Ora, tra quelli che stanno al gioco, tra quelli che vogliono essere livellati, ci sono anche artisti sotto contratto con una major, non necessariamente nel campo dei giovanissimi. Per intendersi, l’ultimo evento che si è tenuto a Milano, ieri sera, ha avuto come ospiti a sorpresa, Eugenio In Via Di Gioia e Chiara Galiazzo (peraltro scoperta in un talent). Ma questo non significa aver smarrito la strada: il principio di base resta, quasi una contromisura involontaria alle brutture e alle solitudini che ci circondano. «La nostra è una serata che dura fino alle due di notte senza un dj: perché c’è gente che ha voglia di incontrarsi, di un contatto. Il bisogno di comunicazione virtuale lo conosciamo tutti, ma evidentemente c’è anche un desiderio di spazi reali. Il nostro immaginario, infatti, non è quello del talent, è quello del localino. All’inizio mi prendevano per pazzo, a fare musica gratis nei posti: chi sarebbe venuto a promuoversi lì, ora che sui social basta un video e si diventa famosi?».

Sette anni dopo, alla prima data milanese, erano in 80 esordienti, candidatisi per soli 16 posti: «Non è che manchino i mezzi per farsi conoscere: evidentemente c’è voglia di farlo davanti agli altri, sicuramente c’entrano la moda e la coolness ma anche incontrarsi in un posto dove c’è qualcosa che succede e una comunità che si ritrova». Già, quel bisogno di partecipazione che abbiamo individuato spesso nel nuovo fermento musicale italiano: non basta più osservare, al limite commentare a distanza protetti da uno schermo a LED.

Ci vuole qualcosa di più, qualcosa di grezzo e caldo come un coro o al limite come le Stories di Instagram. Tutto questo, la televisione non può darlo se non in modo istantaneo, illusorio. Non è colpa di programmi come X-Factor, che quanto a coinvolgimento del pubblico hanno fatto scuola: è che manca qualcosa. E pure nel diluvio di post e video che vengono ogni domenica da Roma e una volta al mese da Milano, pure lì si sente un senso di comunità, che la moda e la voglia di esserci non scalfiscono, ma accrescono. A maggior ragione se l’appuntamento, a differenza di un mondo sempre on-demand, diventa qualcosa di unico e irripetibile, di quelli che rievochi con un “Ma ti ricordi quella volta che…?”.

Tanto rumore è riuscito a generare Spaghetti Unplugged, da essere diventato anche un Festival. Il prossimo, il quarto, in programma a Roma (Largo Venue) il 19 aprile, ha un cartellone che è manifesto di un’apertura mentale e musicale: il rapper franco-campano Speranza tenace come un cazzotto, l’esordiente romano Megha di casa Asian Fake con un pop sintetico ma caldo, Frenetik & Orang3 reduci dal successo di Rolls Royce per Achille Lauro, e ancora Scarda, Margherita Vicario, Junior Cally, PeterWhite, Martina May e perfino uno che da un talent c’era passato, Davide Shorty, oltre allo spazio per un esordiente e a un guest da rivelare. Un elenco vario come le persone che affollano i locali delle serate “regolari”, come una generazione che non si arrende alle facili narrazioni.