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Dietro ogni grande film c’è una grande colonna sonora: Easy Rider

di Marco Rigamonti

“Salta sulla tua moto e prendi l’autostrada
Cerca l’avventura, o qualsiasi cosa capiti sul tuo percorso
Stringi il mondo in un abbraccio d’amore”

In poche righe, il testo di Born To Be Wild degli Steppenwolf riassume la trama di Easy Rider, rivoluzionaria opera prima del 1969 di Dennis Hopper. Le parole della canzone riflettono i pensieri del silenzioso Wyatt (Peter Fonda), in partenza da Los Angeles alla volta di New Orleans in compagnia dell’esuberante Billy (Dennis Hopper). Born To Be Wild non è il primo brano in ordine di apparizione; l’affare di droga che consente ai protagonisti di procurarsi le preziose Harley-Davidson è sottolineato da un altro pezzo tratto dal debutto discografico degli Steppenwolf, datato 1968. Mentre Wyatt nasconde il malloppo nel serbatoio della moto, The Pusher si sofferma sulla significativa distinzione semantica tra i termini “commerciante” e “spacciatore”. I primi trattano droghe leggere, e vendono dolci sogni. I secondi smerciano roba pesante, e sono dei mostri a cui “non importa nulla se vivi o muori”.

La scelta di affidare il commento sonoro della pellicola al rock contemporaneo potrebbe sembrare banale oggi, ma alla fine degli anni ’60 è decisamente coraggiosa. Se la parola d’ordine è ribellione, tanto vale andare fino in fondo e sfidare anche la tradizione di Hollywood, rinunciando a compositori e orchestre. Un’alternativa che Fonda scarta fin dall’inizio, proponendo di coinvolgere Crosby, Stills & Nash per la colonna sonora. Ma nel frattempo, il direttore del montaggio Donn Cambern seleziona una manciata di dischi dalla sua collezione per dare un senso alle scene di viaggio. Il problema nasce quando tutti si accorgono che la musica si è letteralmente fusa con le immagini, e che quindi l’unica via percorribile consiste nell’ottenere le licenze dei brani utilizzati. Uno sforzo economico che a conti fatti si rivela dispendioso, ma anche vincente: da quel momento, il criterio viene preso come esempio da una miriade di registi, cambiando radicalmente le regole non scritte delle colonne sonore.

«Ogni tragitto rappresentava una storia a sé. Volevamo canzoni in grado di contribuire alla narrazione», ha spiegato Cambern. Un obiettivo che Easy Rider centra puntando su brani che incarnano lo spirito hippie e consolidano il ruolo di paladino della controcultura che Peter Fonda aveva inaugurato qualche anno prima vestendo i panni di Meraviglioso Blues, protagonista di I Selvaggi. Billy e Wyatt non sono nati per seguire le convenzioni, come sottolineato dai Byrds in Wasn’t Born To Follow, inno escapista che reclama indipendenza. I due trovano un antidoto all’opprimente inquadramento della società godendosi il vento tra i capelli mentre sfrecciano per le valli americane credendo nell’amore libero e nelle droghe psichedeliche.

L’incontro in cella con l’avvocato George Hanson (Jack Nicholson), reduce da una notte in carcere per ubriachezza molesta, assume i contorni di un vero e proprio scontro culturale. George aiuta i protagonisti a uscire di prigione sfoggiando una parlantina che Wyatt definisce “Very groovy” (un modo di dire estremamente moderno e musicale), e si unisce a loro. Parafrasando If You Want To Be A Bird, allucinato valzer folk che suona mentre il trio si rimette in sella, l’avvocato accetta l’invito a trasformarsi in un uccello, e manifesta entusiasmo sbattendo simbolicamente le braccia come se fossero ali. Quella notte, George supera i complessi legati al suo tradizionalismo (in quell’era l’unico vizio socialmente tollerato è l’acol), e si lascia convincere dai due a provare l’ebbrezza della marijuana. “Sii un vero amico, e rolla un’altra canna”, suggeriscono i Fraternity of Man in sottofondo con Don’t Bogart Me, l’unico successo della loro breve carriera.

La scena è il preludio a uno dei momenti più disturbanti del film: l’aggressione del gruppo da parte di un manipolo di abitanti locali, che culmina nell’assassinio di un George che ha appena assaporato il gusto della libertà. Laddove un passaggio tanto drammatico avrebbe necessitato un accompagnamento musicale tendente ad enfatizzarne il pathos, qui la scena viene intenzionalmente lasciata muta, come se non fosse degna di alcun commento. Se le canzoni sono parte integrante del messaggio che vuole mandare Easy Rider, il silenzio lo è altrettanto.

La violenza subita introduce un elemento di pericolo che la successiva If 6 Was 9 eleva all’ennesima potenza. Il blues acido di Jimi Hendrix irrompe bruscamente con un suono lacerante e un testo dalla visione ostinatamente contraria, che ribadisce con forza l’intransigenza ideologica nei confronti del conformismo culturale. Dopo avere giurato di riportare gli oggetti personali di George alla sua famiglia, Billy e Wyatt raggiungono la meta, facendo tappa al bordello suggerito dall’avvocato: reclutate due accompagnatrici, il passo dalla parata del carnevale alle allucinazioni nel bel mezzo di un cimitero sotto effetto di LSD è breve.

La mattina successiva, sulle note di It’s Alright Ma (I’m Only Bleeding), i centauri incontrano il loro infausto destino. Il pezzo è interpretato da Roger McGuinn, perché Bob Dylan non approva il finale e preferisce non prestare la sua voce («Non può finire così! Peter dovrebbe inseguire il pick up ed eliminare quei due!»). Il cantautore pone anche un’altra condizione: visto che l’epilogo è già abbastanza deprimente, vuole assicurarsi che il suo brano non venga suonato sui titoli di coda. Per compensare il parziale rifiuto, consegna a Hopper un appunto che scrive ispirandosi alle vicende narrate: “Il fiume scorre / Scorre verso il mare / Ovunque il fiume scorra / È lì che voglio essere / Scorri, fiume. Scorri”.

Un messaggio che il regista consegna a McGuinn, seguendo il consiglio di Dylan («Lui saprà cosa farne»). Partendo da quelle righe, il frontman dei Byrds compone Ballad Of Easy Rider, l’unico brano scritto appositamente per il film. Il sipario cala sulle note dell’ennesima celebrazione del concetto di libertà: un sogno da rincorrere in qualsiasi modo, a qualsiasi costo. E nonostante il tragico finale, che Bob Dylan proprio non riesce a mandare giù, dalle parole del tema principale affiora una flebile speranza. “Loro volevano solo essere liberi. E alla fine, è andata così”.