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Cinque cose degli anni Dieci che non dimenticheremo facilmente

di Federico Pucci

Da molte settimane chi frequenta i social avrà visto girare un giochino che mette a confronto come eravamo all’inizio del 2010 e come siamo alla fine del 2019: in linea di massima, freschi e baldanzosi da una parte; ridotti in stracci dall’altra. Sono gag che fanno sempre ridere, ma ti scenderà anche una lacrima se in questi 3652 giorni hai visto cambiare un po’ tutto nella tua vita. Quello che è successo nella musica non è da meno: ne abbiamo viste di tutti i colori. Molte cose belle, di quelle che vale la pena mettersi in magazzino per i giorni bui, e per sperare che gli anni Venti siano altrettanto generosi. Perché la musica per la quale proviamo nostalgia, che ci ricorda i momenti migliori, a un certo punto è stata – semplicemente – musica del suo tempo. A volte ci sembra che la cultura contemporanea non ci appartenga. Ma non è vero, c’è sempre qualcosa per tutti: questo decennio lo ha dimostrato in almeno cinque modi.

NOTA: In ogni paragrafo abbiamo pubblicato una breve playlist di video: lasciali partire e ricorda con noi questi ultimi dieci anni.

L’alternative rock non è finito

Negli anni Zero un’ondata di indie e alternative ha preso d’assalto le classifiche (ma soprattutto i cuori) in America e Regno Unito: non c’era uno stile dominante, in particolare. Gli artisti erano accomunati dal fatto che fossero quasi tutti millennial (cioè, a quel punto, ventenni) e che fossero ossessionati dal concetto di revival: garage, post-punk, new wave, etc, dagli Strokes ai Killers, dai White Stripes agli Interpol. Alla fine, la storia è il giudice più severo: solo alcuni di loro hanno mantenuto la promessa, maturando e regalando al decennio successivo alcune canzoni memorabili. Se guardiamo al Nord America ci sono band come Arcade Fire con il loro capolavoro pluripremiato The Suburbs, i National con le loro canzoni viscerali eppure intellettuali, o una cantautrice e musicista sopraffina e intelligente come St. Vincent. Se guardiamo alla Gran Bretagna, ci sono invece band capaci di seguire una propria strada fregandosene delle mode: come gli Editors, e in particolare gli Arctic Monkeys, che in meno di dieci anni sono stati in grado alzare l’asticella del loro stesso sound con AM e poi rivoluzionarsi totalmente con Tranquility Base Hotel & Casino.

Nuovi cantautori si sono spinti oltre i limiti

Secondo alcuni punti di vista, il rock non è stato di casa negli anni Dieci. Il paragrafo qua sopra già di per sé smentirebbe questa tesi, ma effettivamente dal 2010 al 2019 le chitarre sono state un po’ ai margini. Non c’è niente di strano: la musica si evolve, e i suoni vanno e vengono come un fiume carsico (le chitarre ora sono dominanti in certi tipi di rap, tanto per fare un esempio). Ma non è solo dallo strumento che si giudica un periodo musicale: piuttosto, è dai suoi autori. E in questi anni non sono mancati alcune grandissime firme.  Gente che ha fatto del folk quel che voleva, come Sufjan Stevens e Bon Iver: in particolare, Justin Vernon ha raggiunto livelli altissimi, allargando i confini del cantautorato fra tradizione e futurismo. Un percorso simile ma inverso (dall’elettronica alla canzone) l’ha fatto anche l’inglese James Blake, altro autore magnifico di questo decennio. Ma non è solo nei soliti territori (bianchi) che si deve guardare: in seno alle scene rap e R&B voci come quella di Kendrick Lamar e di Frank Ocean hanno descritto le tribolazioni interiori e sociali di una generazione, non solo americana.

I testamenti inestimabili di un’altra generazione

Il tempo passa, anche per le rockstar. Così, gli anni Dieci hanno visto scomparire alcuni titani del passato, figure che sembravano quasi immortali come Lou Reed e Prince, George Michael e Aretha Franklin, B.B. King e Chuck Berry. Certe stelle, come quelle di Amy Winehouse o Whitney Houston, si sono spente lontano dalla musica, in modo ancora più tragico e triste se si pensa al loro talento. Ma altri ci hanno consegnato un testamento musicale straordinario, poco prima che se ne andassero per sempre. Come David Bowie, che con il suo ultimo disco Black Star ha raggiunto una potenza espressiva inaudita, degna di classici come Station To Station. O Leonard Cohen, che non è stato da meno con You Want It Darker, disco profondo e oscuro come il suo timbro. O ancora Chris Cornell che, poche settimane prima di congedarsi, ha pubblicato la toccante e impegnata The Promise, peraltro dopo la reunion con i Soundgarden del 2012, una delle più felici e riuscite del decennio. Perché il modo migliore per andarsene è lasciare una buona immagine di sé.

Il pop è uscito dai cliché e dai soliti giri

Va bene, va bene: ammettiamo pure per un secondo che il rock sia un relitto (ma attenzione, perché negli anni Venti le cose cambieranno di nuovo). Quindi dobbiamo arrenderci al pop più prevedibile? Tutt’altro. E non solo perché in questo decennio si sono affermati talenti indiscutibili come Adele o Ariana Grande che sarebbero da ammirare anche se non si apprezzasse fino in fondo il loro stile. No, parliamo di artisti che si sono smarcati dalle convenzioni, che hanno osato proponendo qualcosa di radicalmente nuovo. Parliamo di figure come il cantautore-produttore belga Stromae, che dalla prima hit del 2009 Alors On Danse fino al successo internazionale (anche in Italia!) di Racine Carrée ha dimostrato che non bisogna usare la lingua di Shakespeare per fare la differenza. E la catalana Rosalía non è che la sua erede. Ma ci sono anche nuove voci in inglese, magari un po’ periferiche, riuscite nell’impresa di raccontare una nuova generazione senza cadere nei luoghi comuni, e proponendo composizioni originali e di rara profondità. Come nel caso di Lorde, venuta dalla Nuova Zelanda con l’adolescenza un po’ gotica di Pure Heroine e affermatasi con il toccante Melodrama. E naturalmente il fenomeno dell’ultimo paio d’anni, sbucato davvero dal nulla (cioè senza la solita compagnia di giro di autori e produttori): la californiana Billie Eilish, che tra suoni pop industrial, melodie mature e testi che parlano di terrore, ansia e psiche ha convinto tutti che i post-millennial non sono scemi come qualcuno vorrebbe farci credere. Menzione d’onore per Lana Del Rey, che dalla hit Video Games del 2011 all’ultimo acclamato Norman Fucking Rockwell del 2019 ha disegnato una parabola tutta sua, nuotando nelle acque torbide del sogno americano. Alla faccia di chi la vedeva solo come una bambola!

In Italia qualcosa si è mosso

Non si può chiudere questa rassegna ignorando il terremoto che si è verificato nella musica popolare italiana: da una parte si sono cementate le carriere di “nuove” popstar come Tiziano Ferro e Cesare Cremonini; dall’altra, gli eredi dell’alternative rock, del cantautorato e dell’indie sono cresciuti dimostrando che non era tutta moda. Tutto questo mentre – anche da noi – la scena urban prendeva il sopravvento. Ci sono band nate all’alba del millennio, come Verdena e Baustelle, che sono diventate figure centrali e hanno pubblicato in questi anni alcune delle loro prove migliori. Altri nomi sono venuti fuori proprio negli anni Dieci, e hanno rivoluzionato tutto: come Niccolò Contessa meglio noto come I Cani, che con i suoi tre album in studio ha mostrato un modo nuovo di fare indie senza perdere le peculiarità italiane (o romane). Senza di lui, forse non avremmo visto emergere Calcutta, il cui disco Mainstream è stato chiave di volta del nuovo it-pop (e sul quale Contessa ha messo mano). Senza le sue produzioni Coez non avrebbe fatto il salto oltre il crossover pop-rap. E poi ci sono grandi firme come Brunori SAS, che ha portato ai nostri giorni una scrittura degna di De Gregori, o Colapesce, che in modo ancora più ambizioso ha fatto con Battisti e Dalla; o ancora battitori liberi come Iosonouncane e soprattutto Cosmo, il quale mescolando synth-pop, dance e canzone ha indicato una strada tutta sua. Una menzione speciale va a Vasco Brondi: il primo album de Le Luci Della Centrale Elettrica sarà pure uscito nel 2008, ma gli anni Dieci lo hanno messo sotto i riflettori (merito anche di Jovanotti, che se l’è portato in tour) e soprattutto hanno dimostrato che davvero si può fare grande musica in italiano, senza cedere a sciovinismo o cadere nei luoghi comuni.

Foto di Kevin Winter