Cover image

C’è sempre buona musica in giro, e sono proprio le grandi star a dircelo

di Luca Garro

Pur avendo sempre fatto parte della storia del rock, pare che negli ultimi anni gli endorsement da parte di artisti affermati nei confronti di colleghi più giovani si siano moltiplicati: forse è un modo, per i grandi vecchi, di restituire l’attenzione (talvolta eccessiva) del pubblico di nostalgici, puntando i riflettori su artisti più giovani che adorano e che ritengono alla loro altezza. Perché i grandi artisti, proprio come noi, sono prima di tutto grandi ascoltatori. Forse il più sorprendente degli attestati di stima è stato quello di Jack White che elogiava i Black Keys dopo anni di litigi, ma la regina delle investiture dell’anno appena trascorso non può che essere Billie Eilish: i cinque Grammy appena vinti dimostrano la validità delle sponsorizzazioni di gente come Dave Grohl o Thom Yorke. Scavando un po’ più nel profondo, è però possibile scovare quei passaggi di testimone talvolta meno pubblicizzati o dimenticati nel tempo, ma non meno sorprendenti. Perché dimostrano che tra i miti di ieri e quelli di oggi non c’è tutta quella distanza che spesso immaginiamo.

David Bowie e Arcade Fire
Agli Arcade Fire gli endorsement non sono mai mancati. Gente come Bono Vox o Chris Martin hanno più volte rimarcato il proprio amore incondizionato per la band di Montréal, ma nessuno si espose mai nei loro confronti come David Bowie. L’11 novembre del 2004, pochi mesi dopo l’intervento al cuore che l’aveva costretto ad allontanarsi dal mondo, Bowie fece la sua prima apparizione pubblica proprio a un concerto degli Arcade Fire, di cui aveva sempre intessuto le lodi. Citandoli continuamente come una delle sue maggiori infatuazioni musicali del nuovo millennio, David non perdeva occasione per esprimere il proprio entusiasmo nei confronti della band ai media che lo interrogavano sul futuro del rock. L’8 settembre dell’anno successivo Bowie fece ancora di più, pretendendo che la band lo accompagnasse nel corso del Fashion Rocks, l’evento che lo avrebbe visto tornare a calcare il palcoscenico per la prima volta dopo l’interruzione del tour di supporto a Reality. Quella stessa sera, insieme intonarono prima una Five Years da brividi e poi una scatenata Wake Up, in cui divise il microfono con il leader degli Arcade Fire Win Butler. Se non era amore quello…

Vasco Rossi e Gianluca Grignani
Soprattutto in anni recenti, Vasco Rossi non si è mai fatto troppi problemi nell’attaccare i colleghi. Tuttavia, il buon Vasco non è nemmeno mai stato avaro di complimenti nei confronti di artisti che riteneva meritevoli di stima. Oltre a tutti quelli per cui ha scritto canzoni, uno in particolare ha sempre affascinato il Blasco: Gianluca Grignani. «Grignani è un valido artista, è il John Lennon italiano, perché lavora molto sulle musiche e sui testi, che sono molto belli», confessò a La Repubblica nel 1999. Che l’autore di Destinazione Paradiso piacesse molto al rocker venne confermato da un’altra dichiarazione del 2011, in un momento in cui Gianluca non si trovava più sotto i riflettori come un tempo: «È chiaro che io sono bello. Grignani è bravo, io sono bello. È una cosa che si è sempre saputa. Grignani è tornato Grignani: è il John Lennon italiano. Ha davvero una marcia in più. Vorrei complimentarmi con lui, perché ha fatto un album stupendo. L’ho comprato, lo ascolto e mi piace. E mi piace più di tanti altri italiani…»

Bob Dylan e Alicia Keys
Nel 2001, Bob Dylan assistette alla serata della consegna dei Grammy. Non che Bob avesse mai amato troppo quel tipo di eventi, ma solo qualche anno prima lo splendido Time Out Of Mind si era aggiudicato tre statuette, quindi pensò fosse giusto accettare l’invito. Fu in quell’occasione che Dylan fece il suo primo incontro con Alicia Keys. Un incontro fortuito e brevissimo che, però, doveva aver colpito profondamente Bob. Come da copione, nessun giornalista, amico o famigliare lo sentì mai parlare bene della Keys nei mesi successivi, ma quella volta Bob aveva in serbo qualcosa di più grande di un semplice endorsement pubblico. Nessuno poteva immaginarlo, ma tutti rimasero di stucco nel sentire il nome della Keys nel testo del brano d’apertura di Modern Times, il trentaduesimo album da studio del cantautore di Duluth. Il passaggio di Thunder On The Mountain recitava: «I was thinking about Alicia Keys, couldn’t help from crying / When she was born in Hell’s Kitchen, I was living down the line / I’m wondering where in the world Alicia Keys could be / I been looking for her even clean through Tennessee».

Paul Weller e Tame Impala
Pur essendo considerato da molti una fonte d’ispirazione assoluta, Paul Weller avrebbe meritato molta più fama di quella ottenuta. Forse anche per questo non ha mai perso occasione per elencare gli artisti capaci di ispirare la propria musica, fossero essi coetanei o di nuova generazione. Qualche anno fa, invitato da The Quietus a stilare una classifica dei suoi album preferiti, Weller si espresse con toni entusiastici nei confronti di una band insospettabile: i Tame Impala. «Riesco a stare poco al computer, quindi continuo a scoprire nuova musica col metodo tradizionale. Mi reco da Rough Trade su Portobello Road e mi faccio consigliare da loro. Lonerism mi ha stregato. Credo che Kevin Parker abbia un talento fuori dalla norma. In realtà, ho amato ogni cosa che hanno prodotto. Nella sua musica puoi riconoscere distintamente le influenze che l’hanno generata, ma allo stesso tempo è totalmente al passo coi tempi, contemporanea. Non potrebbe che essere composta oggi».

Nick Cave e Kanye West
«Fare arte è una forma di follia – scivoliamo in profondità nella nostra singolare visione e ci perdiamo dentro. Non c’è nessun musicista sulla terra impegnato col suo squilibrio mentale tanto quanto Kanye, e in questo senso, in questo momento, lui è il nostro artista più grande». Nessuno poteva immaginare che un personaggio come Nick Cave avrebbe mai reso pubblica la sua stima per un artista apparentemente ai suoi antipodi come Kanye West. Da tempo, Cave è solito dialogare con i propri fan sul suo sito The Red Hand Files, e le sue risposte difficilmente passano inosservate, anche perché spesso trattano di temi molto elevati o che hanno poco a che fare con la musica. In pochi quindi avrebbero scommesso su una domanda come quella digitata dalla giovane Naja di Los Angeles: «Ti piace Kanye West?». La cosa più significativa di quella risposta sta proprio non nell’aver incensato il valore dei brani del rapper in modo generico, ma di averne sottolineato la devianza, come chiave di lettura delle sue canzoni e del nostro tempo. Qualcosa in cui forse lo stesso Cave non fatica a riconoscersi.