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Buone ragioni per amare il 2019 fino a qui

di Francesca T. Romano

Siamo a luglio 2019. In radio Baby K canta “la playa, la musica, l’estate, la festa con te tutta la notte” mentre Giusy Ferreri ci ricorda che “Non c’è bisogno di niente, ahi ahi ahi ahi, quando la notte ti prende”. Su Spotify dominano sempre i trapper che se non citano i brand parlano di come conquistare una tipa, e dall’America latina arriva la nuova ondata di reggaeton (la quarta, o quinta: abbiamo perso il conto).

Ok, la situazione musicale in Italia, ma si può dire nel mondo, sembra disastrosa, ma a ben guardare non è così. Esistono ottimi motivi per ringraziare il 2019 da gennaio a oggi, e per fare già un piccolo bilancio, giunti alla metà dell’anno. Perché finora si sono visti ottimi ritorni di grandi leggende e segnali di vitalità da parte di musicisti e cantanti che non si arrendono alle regole del mainstream in cui sono cresciuto, peraltro quasi sempre grazie all’incrocio tra generi e culture differenti. Perfino in Italia.

Perché perfino Sanremo si è svegliato nel presente

Partiamo proprio dall’Italia e dal festival di Sanremo: da dove se no? Se non lo guardate nemmeno, non vi preoccupate, tanto la vincitrice, Soldi di Mahmood, l’avrete sentita di sicuro dal momento che è una delle canzoni italiane più ascoltate di sempre su Spotify e ha superato 100 milioni di views su YouTube. Chi avrebbe mai scommesso che potesse vincere un brano del genere, al crocevia tra pop, R&B e rap? Prodotto da Charlie Charles (peraltro king della trap) e Dardust, Soldi rimane un brano ricercato, fresco e contemporaneo (per qualcuno questo non è sinonimo di qualità? Pazienza). Da Sanremo esce anche un altro pezzo che confonde le carte in tavola: Rolls Royce di Achille Lauro. Ma Achille Lauro non era un trapper? Cosa ci fa con il rock’n’roll? Beh, se pensate che il pezzo vincitore assoluto del 2019 è un country cantato da un rapper…

Perché le prossime stelle del pop mondiale riscrivono le regole del gioco

Il fenomeno pop-rock di cui tutti hanno parlato ha lo sguardo malinconico e inquieto, i capelli azzurri, 17 anni: si chiama Billie Eilish. La sua storia di fenomeno emerso dal nulla a 15 anni l’abbiamo raccontata, e anche del suo sorprendente esordio con When We All Fall Asleep, Where Do We Go?, abbiamo elencato pregi e difetti: comunque la si pensi su di lei, resta uno dei più potenti debutti da molto tempo a questa parte. Potente perché – come suggerisce il titolo – pone interrogativi per nulla scontati al limite della psicanalisi e perché gioca con stilemi hip-hop, R&B, industrial, trip-hop mentre si muove sinuoso come le melodie di Lana Del Rey. Sempre di pop si parla, ma c’è fascino, ricerca, e ci sbatte in faccia le paure di una generazione senza facili vie di uscita. E chi lo canta non ha intenzione di arrendersi alle solite regole estetiche, poetiche, musicali delle dive che l’hanno preceduta.

Perché la musica latina non è sempre come ce l’aspettiamo

Le commistioni di genere sono il succo del discorso nel 2019. Una delle figure che ha portato questi valori più in alto negli ultimi mesi viene dalla Catalogna e risponde al nome Rosalía. Dopo l’incantevole debutto Los Angeles e soprattutto dopo l’esordio su major El Mal Querer del 2018, gli addetti ai lavori erano rimasti folgorati dalla sua capacità di prendere una tradizione antica come il flamenco e trasformarla in linguaggio elettronico, cosmopolita, urban. Qualcuno ha temuto nel 2019, vedendola alle prese con il reggaeton di J Balvin: era il segno, semmai, della sua voglia di confrontarsi con ogni genere, se si pensa anche all’incantevole collaborazione con James Blake (il suo album Assume Form, uscito a gennaio, è un’altra buona ragione per ringraziare il 2019). E le ultimissime tracce del doppio singolo Fucking Money Man, mini-concept sull’ossessione per i soldi, fanno sperare bene: nei prossimi mesi arriverà il suo momento anche presso un pubblico più largo.

Perché i tour celebrativi non sono solo fatti per abbindolarci

Nel 2019 ci sono stati grandi ritorno. Uno, dal vivo, è stato il tour interamente dedicato a Mezzanine dei Massive Attack che ha fatto tappa anche a Milano a febbraio. Per quale motivo si dovrebbe andare a rivedere il concerto di un album uscito ventun anni prima se non per nostalgia acuta? E perché una band dovrebbe riproporre un lavoro ormai datato se non per soldi? Semplice: perché il gruppo e il disco hanno assolutamente qualcosa di rilevante da dire al presente. Una botta emotiva che attraverso le canzoni eseguite in modo magistrale e con un impianto visual strepitoso può ispirare ancora dissidenza e lotta, ponendoci di fronte alla triste realtà: il tempo è ciclico, e allora cerchiamo di non commettere gli stessi errori.

Perché le leggende viventi possono tornare a pubblicare grandi album

La stessa passione di Robert Del Naja si può percepire nel nuovo album di Bruce Springsteen, Western Stars, uscito il 14 giugno. Come abbiamo avuto modo di dire, il Boss stavolta ha deciso di cambiare coraggiosamente rotta e di mettere per un attimo da parte il rock più muscolare. Per qualcuno, guardare ai cantautori della California degli anni ’60 e raccontare storie normali di quotidiani dolori e delusioni potrebbe essere un modo per isolarsi dai problemi dell’America di oggi. Ma, proprio come sopra per i Massive Attack, questo sguardo in un passato (peraltro dai confini volutamente vaghi) non ha nulla di consolatorio. E ciononostante, il disco resta qualcosa di incantevole, un momento da ricordare prima che Springsteen torni in cantiere a sudare con la E Street Band.

 

Foto di Rich Fury