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Album postumi che sono entrati nella storia

di Federico Pucci

Gli album postumi sono materia delicata. Spesso molto attesi, questi si rivelano quasi sempre grandi delusioni, poco più che un’accozzaglia di avanzi messi insieme per fini meramente commerciali. E, del resto, come si possono collocare nella discografia progetti che lo stesso artista non ha potuto supervisionare? Talvolta, assemblati con outtake e frammenti di idee? In che misura gli eredi sono titolati a definire un capitolo creativo del caro estinto? Capite bene che, a parte i progetti abbandonati dal caro estinto a pochi metri dal traguardo, le cose si fanno particolarmente spinose e moralmente equivoche. Anche per questo, gli album postumi che hanno lasciato davvero traccia nella storia della musica si contano sulle dita di due mani. Guardiamone alcuni, consapevoli che la lista potrebbe continuare (Elliott Smith? J Dilla?). Non molto, ma potrebbe continuare!

Janis Joplin, Pearl

Nel gennaio del ’71, pochi mesi dopo la morte di Janis Joplin, Pearl cala come un fulmine a ciel sereno. Per nove settimane nessun disco riuscirà a schiodare l’ultima collezione di brani della cantante dal primo posto della classifica americana. Certo, una reazione alla tragedia, come era successo nel 1968 con Otis Redding e la sua Dock Of The Bay, primo singolo postumo a conquistare la vetta di una classifica. Ma quel risultato commerciale fu anche il riconoscimento di un disco che testimonia il mito e lo tramanda, quel che sanno fare solo le migliori creazioni musicali: la presenza di una perla come Me And Bobby McGee aiuta!

Joy Division, Closer
Si può inserire questo disco in una lista simile, visto che tre quarti del gruppo sono sopravvissuti al cantante? Noi diciamo di sì, visto che dall’uscita di Closer (il 18 luglio 1980) al primo concerto dei futuri New Order passarono appena 11 giorni: in pratica, Sumner, Hook e Morris erano già proiettati verso il loro successivo capitolo. E invece, dopo il suicidio di Ian Curtis del 18 maggio di quarant’anni fa, i Joy Division pubblicarono forse la loro canzone più celebre, Love Will Tear Us Apart, che però non finì dentro Closer. Ma basterebbe Isolation, un brano tornato tristemente di moda nei giorni della quarantena, per rendere questo disco un capolavoro: se si parla esclusivamente di impatto sulla scena musicale che sarebbe venuta a crearsi di lì a breve e non meramente di fortuna commerciale, forse non esiste una canzone postuma influente come questa, con la sua successione tetra di sintetizzatori e drum machine, una specie di danza funebre che apre le porte alla new wave e al synth-pop britannico.

Johnny Cash, Unearthed
I box-set postumi onnicomprensivi sono la passione di certi discografici e certi affezionati: Unearthed li spazza quasi tutti via. Non solo perché – a differenza delle normali collezioni di ristampe – qui Rick Rubin ha messo insieme quasi soltanto materiale mai pubblicato prima, ma anche per la qualità complessiva delle incisioni e delle produzioni. Il vero ultimo capitolo del decennale progetto American Recordings (a differenza di American V, quella sì un’operazione più discutibile). Così, ad esempio, possiamo godere del duetto con Fiona Apple sulle note di Father And Son, o con Joe Strummer su quelle di Redemption Song, che dà il titolo al più emozionante dei quattro dischi del cofanetto.

Prince, Originals
Gli archivi di Paisley Park, la residenza di Prince, contengono più tesori dell’El Dorado. Lo abbiamo capito tutti, quando nel 2018 uscì Piano And A Microphone 1983, disco piano e voce che meriterebbe uno spazio in questa lista se non avessimo avuto il piacere, un anno dopo, di sentire Originals. Ascoltando le versioni primigenie dei brani che Prince avrebbe consegnato a band e artisti del suo entourage, ma anche ad altri come Bangles e Sinead O’Connor, non si ha l’impressione di sentire un collage di cose sparse, ma di sentire un album perduto del signor Nelson. Merito di una selezione accurata, concentrata soprattutto nella prima metà degli anni ’80, il 1984 in particolare. Non solo un contenuto per fan all’ultimo stadio, insomma, ma un documento utile per comprendere il carattere e lo stile di un artista che ha scritto la storia del pop.

Mac Miller, Circles
Come, un ex rapper tra queste leggende? Certo che sì, e se siete arrivati fin qui vale la pena leggere due righe per capire perché. L’ultima opera di Mac Miller è uno dei dischi più interessanti di questo strano 2020. Merito senz’altro del cantautore e dei demoni con i quali ha lottato nell’ultima parte della sua giovane vita, ma con l’aiuto di un vero campione degli arrangiamenti come Jon Brion. Un talento raffinatissimo, che ha lavorato con alcune delle migliori menti musicali degli ultimi 30 anni, da Fiona Apple a Beyoncé, da Kanye West a Frank Ocean, mettendo le mani in una quantità sorprendente di canzoni che sicuramente avete amato (e anche nel disco postumo di Elliott Smith che abbiamo menzionato sopra, tanto per non farsi mancare nulla). Bene, lo ha fatto anche in questo caso, e il risultato si sente.

Foto di Virginia Turbett