«Vasco rabbonito. Forse spaventato. La galera e l’alzata di scudi di gran parte dell’opinione pubblica contro la sua strana abitudine di vivere come canta e di cantare come vive, cioè non esattamente all’insegna della salute e della tranquillità, lo devono aver fatto riflettere. Solo che il risultato artistico (di quello suo privato non è giusto occuparsi: sono cavoli suoi) è molto deludente». Con queste parole, all’indomani dell’uscita di Cosa succede in città (giugno 1985), Michele Serra si espresse duramente sul nuovo corso della carriera di Vasco Rossi, quella successiva all’arresto e ai ventidue giorni passati in carcere per possesso di cocaina.

Che quell’album resti qualcosa di a sé stante all’interno della discografia di Vasco è cosa nota: lui stesso, in più di un’occasione, ribadì se non un vero e proprio disamore nei suoi confronti, quanto meno un certo distacco dall’opera. Classico disco di transizione, Cosa succede in città, poi, non giungeva solo dopo i celebri fatti di cronaca che l’avevano visto protagonista, ma alla fine di un ideale chiusura del suo primo grande ciclo cantautorale, che si era concluso in modo trionfale con Va bene, va bene così, il folle live che lo aveva di fatto proiettato nella cerchia degli artisti più amati del nostro Paese. Cosa che, di per sé, avrebbe probabilmente reso difficile la composizione di un nuovo album a prescindere dai guai giudiziari.

Impossibile dunque decontestualizzare un lavoro che, al di là di qualche difetto di produzione (causato forse anche dagli screzi tra lui e Guido Elmi), riascoltato oggi ha ancora molto da dire. Se già la copertina, lontana dall’iconografia che aveva accompagnato fino a quel momento i suoi lavori, mostrava un Vasco diverso, più cupo e, forse, ancora più disilluso, fu la struttura generale dei brani a dimostrare che qualcosa dentro di lui fosse definitivamente cambiata per sempre. I testi lasciarono sempre più spazio ai suoni, alle immagini, utilizzate quasi in modo cinematografico, che trovarono il proprio apice in Toffee, capolavoro del Vasco pensiero che avrebbe potuto trovarsi in qualsiasi dei suoi album precedenti.

Certo, la velocità con cui decise di mettere in piedi l’album, il suo bisogno quasi terapeutico di tirare fuori in qualche modo i mostri con cui aveva convissuto nei mesi precedenti, non sempre fece bene al processo di songwriting, che in alcuni casi sembrava più frutto dell’urgenza che di un’idea precisa. È il caso di Una nuova canzone per lei, brano che pagava anche il fatto di voler essere una sorta di seguito di Una canzone per te, non possedendone neanche lontanamente il fascino e la malinconia. A ben vedere, invece, era forse la tematica di Bolle di sapone, che cercava di dare una spiegazione alla nascita delle canzoni, ad assomigliare maggiormente al celebre brano di Bollicine.

Senza arrivare agli eccessi di Serra («Quello che manca è la voglia di affondare i colpi, di spararla grossa come un tempo»), è pur vero che il Vasco del 1985 era un uomo segnato, forse ferito, ma, nonostante tutto, sincero e puro com’era sempre stato. L’autoironia disincantata di Cosa c’è, con i suoi riferimenti all’arresto, le provocazioni del flusso libero di pensieri che costituiva Ti Taglio La Gola o quelle più legate alle realtà contenute in T’immagini («T’immagini/La faccia che farebbero/Se da domani davvero/Davvero tutti quanti smettessimo/T’immagini/Quante famiglie sul lastrico/Altro che crisi del dollaro/Questa sì che sarebbe la crisi del secolo»), sono ancora lì a dimostrare il valore di un disco che, oggi, dovrebbe essere visto più come lo spartiacque della carriera del suo autore, piuttosto che come un lavoro da dimenticare.

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